Cultura e Spettacoli

… ma ad Auschwitz non si fece festa

Il 27 gennaio 1945 un piccolo reparto sovietico facente parte della LX Armata del generale Kurockin faceva ingresso nel complesso di Auschwitz senza incontrare resistenza. Che fine avevano fatto i tedeschi, chi erano quelle larve umane che reggendosi in piedi a stento venivano loro incontro?… Poco dopo quei soldati avrebbero scoperto montagne di cadaveri scarniti, forni crematori, baracche adibite a camere a gas, magazzini colmi del materiale strappato alle vittime : indumenti, protesi dentarie in metallo pregiato, scarpe, occhiali, spazzole… persino otto tonnellate di capelli umani imballati e destinati a imprese che ne avrebbero ricavato stoffa. Non era quella la prima volta che soldati nemici mettevano piede in un lager. Sei mesi prima gli stessi sovietici avevano ‘liberato’ i lager di Chelmno, Belzec, Sobibor e Treblinka. Ma per il fatto d’essere stati smantellati dai nazisti in ritirata questi campi non avevano insospettito nessuno. Ad Aushwitz, invece, nella fretta dell’evacuazione le SS non avevano fatto in tempo a distruggere le prove del loro abominio. Auschwitz divenne così il simbolo dell’Olocausto. Ciò determinò che il Giorno della Memoria  – questa ricorrenza internazionale stabilita dodici anni fa per effetto di una risoluzione dell’Assemblea Generale dell’ONU – venisse fissato per il 27 gennaio. Altri però tengono a precisare che il 27 gennaio  non rappresenta nulla, nel senso che quel giorno il campo di Auschwitz non fu ‘liberato’ da nessuno. Quel lager era stato liberato dagli stessi tedeschi, che l’avevano abbandonato dieci giorni prima. Il 17 dello stesso giorno ebbe luogo l’ultimo appello dei prigionieri fatto da nazisti. Dopo di che oltre sessantamila individui ancora in grado di marciare vennero evacuati verso ovest. I restanti novemila sopravvissuti, composti da malati e bambini, vennero abbandonati sul posto. L’arrivo dei russi il 27 gennaio, racconta Primo Levi nel suo libro ‘La tregua’, non ebbe niente di festoso. Scattate molte foto e soccorso quegli sventurati con gli scarsi mezzi di cui disponevano, i sovietici se ne disinteressarono subito per procedere oltre. Quelli erano gli ordini. I veri soccorsi sarebbero giunti di lì a quarantott’ore. Nessuna festa, dunque. All’arrivo dei russi chi non era troppo malato o denutrito per rendersi conto di quanto accadeva  – ancora Levi – dovette fare i conti con un miscuglio di sentimenti contrastanti : la consapevolezza dell’offesa patita, la vergogna d’essere sopravvissuti, il rimorso per le azioni immorali o le omissioni di soccorso a danno dei compagni più deboli. Rimasti senza lacrime, uomini stremati ma ancora capaci di provare emozioni  invidiarono i compagni morti o quelli che travolti dalla follia erano sprofondati in un totale, alienato mutismo.

Italo Interesse

 


Pubblicato il 27 Gennaio 2018

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