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‘Malacarne’, la solitudine del reo

Lo scabro territorio murgiano sta diventando fonte d’ispirazione musicale. Se Faraualla è il nome di una fenditura nell’agro altamurano cui corrisponde pure un apprezzatissimo quartetto vocale tutto al femminile, Uaragniaun identifica sia un’aspra escrescenza rocciosa dell’Alta Murgia che la leggenda vuole tagliata dalla spada di Orlando, sia un fertile trio composto da Luigi Bolognese (chitarre), Silvio Teot (percussioni) e Maria Moramarco (voce e ricerca sul campo). La passione di ricercatrice della Moramarco ricorda quella con cui verso la fine degli anni sessanta il M° Roberto De Simone batteva vicoli e campagne del Mezzogiorno rastrellando gli ultimi brandelli di un patrimonio culturale in rovina e che di lì a poco, rielaborato, avrebbe dato vita al repertorio della Nuova Compagnia di Canto Popolare. Nati nel ’78, gli Uaragniaun vantano numerose incisioni. L’ultima, ‘Malacarn’(Edizioni Suoni della Murgia), è stata presentata alla Vallisa a gennaio nel corso della settima edizione della rassegna ‘Di suoni e di danze’. Il disco nasce dalla voglia di raccontare un territorio e la sua identità sociale attraverso “storie piccole, marginali e disperate”. L’obiettivo ci pare raggiunto con successo. Apre il cd ‘Ammenazza u murt’, canto d’impotenza proletaria che mette subito in luce la forza limpida della voce della Moramarco. Il successivo ‘La munachelle’ è ballata amara e lenta, densa di ferito orgoglio femminile. ‘Quanne lu ciucce’ è spassoso e riuscito quadretto del mondo di valori contadini che, in positivo e in negativo, orbitava intorno a questo prezioso compagno di lavoro. Segue ‘Chitaridd’, brano assai ben arrangiato grazie al contributo di altri musicisti dove si racconta l’epopea di un bandito comune il cui cranio, alla morte, divenne motivo d’ispirazione dell’infelice teoria lombrosiana. Il successivo ‘ La massarì’ è ben riuscita rielaborazione di un canto di lavoro dove le masserie del murgiano vengono rievocate per immagini che scorrono lente e nostalgiche (notevole l’apporto del pianoforte). Dopo ‘La saire de Carneveile’, racconto d’un efferato delitto passionale, è la volta di ‘Ciccie la fanfeire’, riuscito canto di osteria. E’ poi la volta del brano, strumentale, che dà titolo al disco ; ‘Malacarn’ evoca bene la solitudine, la nostalgia e il senso del rimorso soffocato nell’uomo che si è dato alla macchia. ‘Trendacapille’, traditional cantato con spavalderia, è espressione di identità ed epica locale. In ‘Mi chiamano brigante’ torna, fiero, il tema del brigante che, anche suo malgrado, si fa interprete del sogno collettivo di reazione all’ingiustizia sociale. ‘Canzona per Rosalia’ racconta con profondo rispetto una pagina pressoché sconosciuta di microstoria. A seguire il dolcissimo ‘Lu bene mio’ (di Matteo Salvatore), il gustoso ‘Cascia e cumò’ e lo struggente ‘Pupidde’. Una tammurriata (‘Storie e patorie’) anticipa la chiusura affidata allo strumentale e inaspettato ‘Non expedit’. Infine, citazione d’obbligo per la splendida qualità del booklet ; notevole il lavoro congiunto di Antonio Cornacchia e Pasquale Frisenda.

Italo Interesse

 

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