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Mele non abbandonò Sant’Agata

Il Corona Virus comincia a fare paura anche oltre i confini cinesi. Mentre i complottisti parlano di virus prodotto in laboratorio e lasciato diffondere in attesa del momento opportuno per lanciare sul mercato un vaccino dalle ricadute plurimiliardarie, i catastrofisti pronosticano quella fine del mondo che il calendario maya aveva annunciato per il 21 dicembre di otto anni fa. Per fortuna esistono gli ottimisti, i quali gettano acqua sul fuoco ricordando che in secoli di storia nessuna pandemia ha sterminato l’umanità. E la storia del mondo non ne ha viste poche di queste epidemie estese. La più lontana di cui si abbia notizia risale al 430 avanti Cristo. Durante la guerra del Peloponneso la febbre tifoide  uccise un quarto delle truppe di Atene e un quarto della popolazione di quella città nel giro di quattro anni. Chissà in precedenza. Venendo all’era cristiana, la pandemia più rovinosa è stata la Spagnola. Questa pandemia influenzale dal 1918 al 1920 uccise tra i cinquanta e i cento milioni di persone, ovvero molte più vittime in rapporto alla popolazione mondiale di quante ne fece (venti milioni) la peste nera del XIV secolo. Si calcola che a morire fu il 10-20% delle persone contagiate…  All’influenza fu dato il nome di ‘spagnola’ poiché a darne notizia furono per primi i giornali spagnoli (non essendo quel paese coinvolto nella Grande Guerra, la stampa non era sottoposta alla censura). Negli altri paesi il violento diffondersi dell’influenza fu tenuto nascosto dai mezzi d’informazione, che tendevano a parlarne come di un’epidemia circoscritta alla sola Spagna (dove ne fece le spese persino il re Alfonso XIII). In Italia la Spagnola mietè seicentomila vittime. Dal flagello non rimase esclusa la nostra terra. Particolarmente colpita fu Sant’Agata di Puglia, dove la percentuale dei contagiati toccò il 39% ; i morti su 6343 abitanti furono 241. Messo alle strette, il Sindaco di quel paese, diramò  disposizioni severissime : Proibito visitare ammalati, entrare nelle case dei defunti e accompagnare questi al camposanto (accedere al quale fu vietato il Giorno dei Morti) Poiché i falegnami erano tutti al fronte, mancavano le bare. I Santagatesi dovettero allora confezionare cofani alla buona riconvertendo alla bisogna vecchie porte. Quando finirono anche queste, si avvolsero le salme nei lenzuoli. Ma i guai non erano finiti : le scorte di medicinali e disinfettanti si erano esaurite e i becchini adesso non volevano più inumare. Si cominciò ad abbandonare i cadaveri nelle loro abitazioni. Più volte sollecitata, la Prefettura rimaneva sorda ad ogni richiesta di aiuto, mentre i maggiorenti facevano fagotto e fuggivano. Tutti meno uno, ricorda Raffaele Letterio. Unico medico rimasto in paese, il dr. Vespasiano Mele si prodigò in tutti i modi, esponendosi gravemente al rischio del contagio, per alleviare le sofferenze di concittadini abbandonati dalle Istituzioni e privi anche dei generi di prima necessità.  Quando la spaventosa pandemia ebbe termine, Mele, con la generosità che gli era consueta, si spostò nella vicina Ordona a contrastare i guasti della malaria. Trionfò anche lì. Fino alla morte, avvenuta in quel di Ascoli Satriano nel 1933, Vespasiano Mele fu oggetto di forme di gratitudine popolare che sfioravano la venerazione.

 

Italo Interesse

 

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