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Minima moralia (Meditazioni sulla Vita Offesa. T. Adorno) (109)

“Senno me par e cortesia/impazzir per lo bel messia” (Jacopone da Todi, I236 – 1306. Lauda, LXXXVII). Non c’è niente di religioso e, quindi, di evangelico in questo verso del furbo Jacopone. Già, il suo cognome, infatti, con i suoni forti, debordanti di quel “po” finale, ci addentra nella psicologia di un uomo, che la sapeva lunga nel districarsi in tempi, nei quali le fascine di legna, di ulivo, di paglia, magari, erano, ognora, a portata di mano degli inquisitori, per arrostire qualche presunto eretico. A volte, la plurisemanticità delle parole sfugge al controllo dell’ ”io”, fiero custode e censore di ciò che egli ha rimosso nell’inconscio, per non incorrere nei pericolosi rimproveri del “super io”, cioè, dell’ ”establishment” politico, economico, culturale, religioso, sì che appare, come in controluce, la vera, reale personalità di chi ha formulato una sentenza, un pensiero, composto qualcosa. Insomma, cosa vuole, veramente, dire iacopone in questo verso? Vuol mettere in guardia le sue pecorelle, raccomandando ad esse di essere prudenti, giudiziose, non troppo trasparenti nel loro ”esserci” (senno me pare) e, soprattutto, di essere, perfettamente, in consonanza, con gli ideali, si fa per Dire, con i valori, si fa per Dire, della corte (nobiltà, gentilezza, liberalità),l’ ”establishment” del suo tempo. In parole povere: ”Fate, o pecorelle, come fanno tutte o, per dirla, nella Lingua bitontina: ”attaccat u ciuc a do voul u patron vust”. E’ inutile Dire, Ribadire che il padrone delle pecore è l’ ”establishment”, che si fa  pastore di esse, che agisce, che a esse comanda,  che esse  indirizza, che esse massifica, omogeneizza, in nome del padrone vero, che è, che sono il/i detentore/i del potere. In seguito, le pecorelle, ormai, convinte della bontà degli indirizzi esistenziali consigliati (???) dall’ ”establishment”, non, formalmente, in modo cogente, devono  impazzire per qualcuno o per qualcosa: sarà un presunto messia (“bel messia”, precisa jacopone, non “bonus”, che in Latino significa ottimo in sommo grado. Cioè, il messia, può, pure, essere un perfetto, cretino, idiota, ma deve essere affascinante. Così, il pastore, delegato dal potere,  immagina sia stato il nazareno, con i  capelli biondi e gli occhi azzurri,  tal uno scandinavo agiato. Per carità, vorrebbe dire il monaco, che non s’impazzisca per un palestinese, per un uomo dalla pelle nera, sporco, brutto e cattivo, e, magari, un poveraccio, capace di spingere i poveracci a non volere essere più poveracci, mentre  il messia scandinavo, se predicava giustizia e uguaglianza, la situava nella vita a venire, quella “post mortem”); una squadra di calcio, un mito sportivo, pseudomusicale; un feticcio (un “tablet” di ultima generazione, una borsa di vuitton), un tatuaggio, che vandalizzi tutto il corpo, anche sfinteri e genitali. E veniamo al dunque! Qualcuno vorrà, potrà rimproverarMI di essere andato indietro di quasi 800 anni, per fare la ”mammaz” (nella Lingua di bitonto una specie di romanzina), per rimproverare atteggiamenti, comportamenti, fisime, impazzimenti, tipici dei nostri giorni? E no, miei cari probabili, possibili censori! I secoli transitano, ma le protagoniste di patologici impazzimenti sono, invece, le solite plebaglie ”sine cerebro”, come sono gli stessi coloro che nei  “sine cerebro” inoculano i “virus” degli impazzimenti e, cioè, i detentori del  potere e i loro cortigiani, che usando i ”media” del momento (intellettuali, bene foraggiati, pensiamo a quelli, virgilio, orazio e sodali, inseriti nel “circolo di mecenate pro augusto” in roma;  i menhir, gli archi di trionfo,  le colonne celebrative,  le stele, monumenti, semanticamente, non molto  lontani dall’imperativo Latino “memento”, che significa: “Ricordati di cosa sia stato capace di fare tizio o caio, “in illo tempore” un uomo che contava;  le sibille, gli indovini, i pulpiti, la stampa, i giornali, le radio, le televisioni, i “social”) formano ”pro domo sua” il pensiero unico, il gusto unico, il mito unico, il nemico unico, etc., etc., etc., unicità totalizzante, finalizzata a creare il consenso massivo, indiscriminato, quando il potere si moverà a dare in pasto alle moltitudini (non abituate a Scelte Individuali, Ponderate, Razionali, a Pensare, soprattutto, non ad evacuare dal culo: ”Signor, sì, per acclamazione), ad esempio, “nell’ora delle decisioni irrevocabili”, la risoluzione di dichiarare guerra a questa o a quella nazione, l’appello a ”prepariamoci tutti, ma partite voi”. E s’alza ai cieli un grido di esultanza da parte dei morituri! In tempi, in cui tutto si globalizza, poche le (DIS)umane cose buone e molte  le umane porcherie di cani e porci, poteva mancare la globalizzazione della  moda del tatuaggio,  di cui, appena sopra, ho Fatto Cenno? Prova di tanta umana depravazione è la saccente ostentazione, da parte dei mercenari pedatori nei giochi calcistici europei 2020, di giovanissimi, bellissimi corpi, orrendamente, interamente, devastati da tatuaggi, fino a qualche anno fa, gli stimmi dei galeotti. oggi, universalmente, ritenuti, da parte di chi, follemente, con essi si autorovina, si autoavvelena, appartenenza o illusione di appartenenza (si va a rubare, si commettono crimini da parte di indigenti, di poveracci, per procacciarsi euro, tanti euro, magari, per la mala soddisfazione di posare il culo sulla sedia o il lettino del tatuatore) a una casta di privilegiati, “status symbol” o inconscia ammissione che, se i rigori dei cancelli non sono stati, ancora, sperimentati, “u dscign” (nella Lingua bitontina: il degrado, il disordine etico) s’è, talmente, globalmente, incarnato, radicato nell’animo umano, che qualsiasi momento sarebbe quello giusto, per essere ospiti degli alberghi di stato, dalle alpi alle piramidi, dal manzanarre al reno, ovvero, da un  continente all’altro del pianeta”Terra”. Se agli ungarettiani “paesaggi con rovine interiori”, sostituiamo i “popoli con rovine interiori” dei quali, per Citare Beckett, ogni passo avanti è”statutariamente un passo indietro”  e, quindi, sempre, “popoli a venire”, che mancano, sempre, all’appuntamento con una “Vita Nova” e una Storia Nova, non possiamo fare altro, per Continuare con Beckett, che “stimare dei tanti dolori del mondo la somma e la mole”. Pur se la disamina di essi non può e non potrà, giammai, rappresentare, se non  il trauma passeggero del bagliore di un lampo, a cui, subito, seguirà l’arcobaleno rasserenante e indulgente e con robusti margini d’oblio delle/ sulle umane, cruente miserie.

 

“Chi non ha ordine dentro di sé, non l’imporrà ai circostanti”, così Parlò Ezra Pound  in “I Cantos XIII”. Nel recente incontro con il presidente della russia putin, il presidente degli “states” biden gli ha raccomandato il ”rispetto dei diritti umani” in russia. Nella Lingua di bitonto c’è un adagio che recita: ”La padell  dicioj alla frssoul fatt chiu da, ca  m stej a nzveu. Fatti più in là, ché mi stai sporcando, disse la padella alla friggitrice”.  Per carità, lungi da ME la difesa di putin, che IO Ritengo il punto di arrivo di quel bonapartismo in russia, che Marx Paventava, come amara, tragica conclusione di tutte le rivoluzioni, dopo tanto sangue e morti che costarono e potrebbero costare. In russia, infatti, è successo che, dalla strage di nicola II e della sua famiglia, ordinata da lenin, l’itinerario rivoluzionario ha indietro virato a putin, cioè, da un despota a un altro despota e tutti i dissidenti del secondo o uccisi in russia o fuori della russia o al carcere duro. Ma che un presidente degli “states”, sia pure non schizoide, come trump, raccomandi a un suo pari, non solo, istituzionalmente, parlando, ma come capo di una nazione canaglia, come canaglia fu l’ ”URSS”, con le repubbliche,  socialisticamente, invase e, poi, con i carri armati occupate, la cui ricchezza e la conseguente potenza militare galleggia sullo sfruttamento di milioni di schiavi africani, ammassati su navi carnaio, per costringerli a lavorare le immense distese di terre, dai peggiori delinquenti (che, poi, diventarono capi e cortigiani degli ”states”), scappati dalle galere europee, sottratte ai nativi americani, con il genocidio di milioni di essi, non si può proprio tollerare. Inoltre, che dire della pena di morte, ancora comminata negli “states”, mentre in russia è stata abolita da un trentina d’anni e, forse, oltre? Che dire dei bracci della morte, in cui i condannati, per lo più afroamericani,  vengono costretti, all’ingrasso, per decenni, e, in seguito, implacabilmente, giustiziati’? Che dire delle ingiustificabili violenze delle polizie statunitensi, che sparano, ad altezza d’uomo, uccidendo, quasi sempre, cittadini, quasi sempre, afroamericani? Che dire della salute non tutelata negli “states”, sì che , se non si è ricchi sfondati, per munirsi di assicurazioni  costosissime, si può, illacrimati, morire nel paese più ricco al mondo, che spreca immani risorse in armamenti, per mantenere intatta la sua potenza militare, senza la quale le sue lobby petrolifere, della produzione e della commercializzazione delle armi, in regime o condizione, quasi, neocolonialistica, non potrebbero prosperare e fare affari? Che dire di “guantànamo”, dove presunti terroristi, in condizioni disperate tenuti da scherani “statunitensi” non sanno se e quando in quella baia terminerà il loro calvario? “C’è un paradiso in questo inferno” planetario, per concludere con i torturatori e le vittime delle orge sadiane? No, non possiamo concludere, se non Denunciamo, Rammentando che l ”apartheid” negli “states”, legalmente, fu abolita, a cominciare dalla seconda metà degli anni ’50 del secolo scorso, ma non nelle menti bacate dei bianchi, figli e pronepoti di quei delinquenti europei, di cui sopra abbiamo fatto cenno, se è vero che Matin Luther King, fu assassinato il 4 aprile del !968.

 

“Forza, ragazzi” (la virgola è mia, in quanto ragazzi è  un complemento di vocazione, che indica a chi o a che cosa si rivolge il soggetto di una frase in un discorso diretto), la sera prima degli esami di maturità, si fa per Dire, il sindaco di bari, antonio de caro (certo, non poteva mancare che  il “primus civis”, della città, il cui patrono, annualmente, dona ai suoi protetti la”manna”, mostrasse il suo interessamento per i suoi pischelli, dopo che e mattarella e draghi e il tal bianchi, ministro della p.d, hanno mostrato la loro vicinanza ai pischelli nazionali) ha voluto ribadire, senza prove, prematuramente (nella Lingua di bitonto c’è un adagio, che recita ”Cian angor a va nasc, la mamm u vej nzrann- Cian non è ancora nato e la madre lo va sposando), ovviamente, ottimisticamente, come si fa nel “marketing” (ne sa qualcosa il vicedignitario,”marketingante” del “palazzo” di un borgo a nord del borgo metropolitano barese), che  le attuali nuove generazioni sono ”la forza” della porta d’oriente. E, “c cos, de ca,” in un rigo due volte usi la parola “forza”! Per autoconvincerti che i giovani baresi, cioè, “qui iuvant rem pubblicam”, (che in roma s’identificava con gli interessi delle classi al potere, dalla sua fondazione) o dovrebbero giovare sono, autenticamente, naturalmente, la ”forza” della zolla planetaria, dove è sistemato “il palazzo”, in cui “optime stas” da 10 anni? Secondo me, codeste nuove generazioni, a meno che le materne mani non sbattano, quando si svegliano, per loro una decina di uova,  “a zabaione”, non riuscirebbero ad elevare al cielo, neanche, lo sgabello, dove riposano i loro piedi stanchi di non fare un”…”. “Paura”, “ansia”, le parole d’ordine che i “ media” stanno facendo girare in questi giorni, ispirati dalle veline governative, per fare intendere a un popolicchio, ritenuto sfigato, idiota, distratto dagli “europei di calcio”, che gli esami “ in clima covid”, non sono, assolutamente “ pro forma” (come, del resto, sono stati quelli dal ’68 del secolo scorso in poi, capaci di varare  maturità e diplomi, anche, per i nati senza testa), ma veri esami, grazie ai quali si potrebbe essere, anche, bocciati. Di conseguenza, una marea di politici, importanti e meno importanti, nazionali, regionali, provinciali, comunali, di quartiere, condominiali, si stanno spendendo (come si dice nei salotti buoni della omogeneizzazione, massificazione universale. Tra l’altro, fra qualche mese, molti sindaci andranno a casa e altri li surrogheranno nel disastrare “magnas atque parvas urbes” e i maturandi e i diplomandi, saranno i “tironi”, le reclute del voto), nel confortare un branco immenso di “fatti di ricotta” ad affrontare o a confrontarsi i/con i loro insegnanti di classe sul “niente”, magari, anche, suggerito, in anteprima. Perché di “ricotta”? Perché alle  nuove generazioni, provenienti dalle classi popolari, da sempre, escluse in massa, perfino, dall’”alfabetizzazione”, era diventato opportuno, utile, politicamente, aprire la scuola e le scuole, ma la raccomandazione, non scritta, sebbene da intuire, del potere agli operatori scolastici, era solo una: “Istituti scolastici aperti a tutti,”tamen” la Seria, Rigorosa, orazianamente, Plagosa Scuola, Ricca di Opportunità Formative, dal punto di vista (DIS)umano e Culturale, a nessuno. Ecco che dal ’68 del secolo scorso, approfittando del giocare alla rivoluzione dei figli di papà e non (l’indotto erano i figli dei proletari), per sedare i rivoltosi, si fa per dire, i governi italiettini  incominciarono a smantellare la Grandiosa Organicità della Scuola Gentiliana, che non era, assolutamente, scuola di classe, ma una Scuola dove, machiavellianamente, quelli che vi Entravano, a qualsiasi classe appartenessero (Molti Miei Compagni di Liceo, Prego i miei 25 Lettori di non considerarMI uno sdolcinato deamicisiano, a sera, Studiavano, Illuminati dalla fiamma di una candela), dovevano Indossare “gli abiti curiali”, perché dovevano Capitalizzare (verbo machiavelliano)  gli Insegnamenti dei Grandi Uomini del Passato e del Presente, cioè, di Quelli Appartenenti alla Prima Classe, quindi, Optima, del Sapere, della Scienza, della Filosofia, delle Letterature. E le Licenze, e le Maturità, e i Diplomi, che la Scuola Gentiliana Rilasciava, erano l’Autenticazione Indiscutibile di  “studi matti e disperatissimi”,  in cui gli Studenti Gentiliani erano Impegnati sin dalla “Scuola Primaria”. E, poiché, i Figli degli Operai, dei Contadini, dei Braccianti, i cui Padri, come il Padre del Poeta Latino Orazio, si vendevano i capelli, per farLi andare avanti negli Studi, erano, plagosamente, Invitati, quando non Costretti, alfierianamente, a Legarsi a una sedia, paradossalmente, la Scuola Gentiliana Permetteva ad Essi  di Afferrare l’ascensore sociale, Cosa che, oggi, non succede più, perché quando si va a scuola, si tenta di rubacchiare un certificato cartaceo, pur, sapendolo non utile, nemmeno, per  i quotidiani usi igienici. Altro che incoraggiamenti, e – grege, de caro, la vera perdita irreparabile per una comunità, la riduzione delle possibilità di essa si hanno, quando la Cultura Muore e con Essa, anche, lo Strumento Magico della Comunicazione, che è la Lingua. I ragazzi, che lei incoraggia, non sanno parlare più il Dialetto, dove sono Incastonati gli Apporti Linguistici, soprattutto,  Greci e  Latini, di tutte le genti che hanno, in qualsiasi modo, avuto a che fare con bari e il suo popolo, ma, soprattutto, l’Idioma di Dante. Mi creda, saranno diplomati e maturati e, forse, laureati “afasici”!

Pietro Aretino

 

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