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Mitezza e crudeltà

La lunga lista dei femminicidi che ammorba i nostri giorni andrebbe allungata considerando i casi, benché non facilmente dimostrabili, di donne portate a togliersi la vita anche senza un pregresso di violenze fisiche. In passato, di rado le donne sposate si toglievano la vita, rassegnate com’erano a far rientrare certe malversazioni nella routine domestica; malversazioni che alla peggio non escludevano coltellate o pistolettate riparatrici dell’onore. Eppure, in tempi non sospetti, nel 1876, in un suo racconto, ‘La mite’, Dostoevskij – pare ispirato da un fatto realmente accaduto – tratteggiò il caso di una sposa giovanissima e ‘mite’ costretta a togliersi la vita per fuggire le reiterate vessazioni psicologiche patite ad opera del marito, un ex militare cacciato dal suo reggimento per viltà e dopo divenuto gestore di un banco di pegni, uomo permaloso e superbo. Lacerante monologo interiore, ‘La mite’ non era pensato per il teatro. Ad adattarlo all’arte scenica ha pensato Andrea Cramarossa. Senza togliere una virgola alla parola del Maestro, il teatrante barese estrapola e riassembla con successo, mettendo a nudo una dimensione drammaturgica inattesa. E ancora Cramarossa firma la regia di un allestimento targato Teatro delle Bambole e andato in scena al Duse nell’ultimo fine settimana (repliche sabato 20 e domenica 21 novembre). Unico interprete, Federico Gobbi s’incarna in una figura intransigente e codarda, dispotica con malizia raffinata. Una figura patetica e dannosa, dal gesto secco e nevrotico, retaggio del legnoso atteggiamento da caserma. Per quasi un’ora, quest’uomo senza nome, inquieto ed inquietante, si agita ora stando seduto, ora misurando il palcoscenico a passi lunghi e cadenzati quasi ancora marciasse. Fra scoppi d’ira e lacrime blatera di rubli e di ‘lordure’, esita, si ripete, si contraddice, balbetta, ripensa… Con chi dialoga, col fantasma della moglie, con un giudice istruttore, con un compagno di cella? In alcuni momenti, soprattutto quando siede sotto il tiro di un riflettore, suggerisce l’idea di un personaggio moderno che vuoti il sacco davanti ad una videocamera secondo le modalità di quei format televisivi in cui voluttuosamente si caccia il naso fra panni sporchi di sangue. Sragionando ad alta voce, l’infelice cerca di capire perché la moglie si è uccisa. Solo confusamente riconosce le proprie colpe. Più in concreto arriva a non perdonarsi, quel giorno, d’essere rientrato in ritardo dall’Ufficio Passaporti. Fosse rientrato solo un attimo prima, avrebbe scongiurato l’insano gesto della moglie… Ben condotto da Cramarossa, senza il minimo calo di tensione in cinquanta minuti di spettacolo, un vigoroso Federico Gobbi esce vivo da un’impresa stremante guadagnando oltre un minuto di ben meritati applausi.

Italo Interesse

 

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