Cultura e Spettacoli

Moltiplicare l’infanzia

L’infanzia è una come la vita, viene da dire. Ma per Daniele Giancane può essere doppia : prima quella di un bimbo spensierato a Manziana (a due passi da Roma), poi quella di un ragazzino monello in quel di Carbonara (a due passi da Bari). Due segmenti di vita che hanno inciso profondamente sull’uomo e sul poeta di domani. Giancane scrive di getto (sembra di udirne la voce inconfondibile, tra brevi scoppi di risa, rapide accelerazioni e brusche svolte sospirose). Nel suo ultimo lavoro uno dei pochi pugliesi citati nell’enciclopedia di Giorgio Barberi Squarotti ‘La civiltà letteraria in Italia’ (UTET , 2001) si abbandona ad una calda e circoscritta riflessione sul proprio passato. Essa, che sembra il prologo ad un racconto autobiografico di respiro definitivo e di prossima pubblicazione, nasce dalla “urgenza di farsi conoscere a fondo”. Lasciare un segno del proprio passaggio sulla terra, riconosce Giancane, è “un’utopia, un’illusione… ma si vive di illusioni… per vivere una vita degna bisogna crearsi delle illusioni”. Nasce da questo sentire profondo, appassionato, anche rabbioso e innamorato, ‘Infanzie’ (La Vallisa, 2018). Un libro che è un’ode al passato – come già annunzia la splendida copertina : un piccolissimo Daniele Giancane in mezzo ai nonni che lo tengono per mano – senza però essere struggente o illanguidirsi nell’elegia. L’autore guarda al proprio passato con freschezza intatta. Il bambino che s’incanta a giocare tra le “scaglie arricciate di legno” che coprono il pavimento della falegnameria del nonno, così come il ragazzetto-portiere che a costo di lividi e sbucciature dà l’anima per mantenere inviolata la porta della propria squadra nel corso di accese sfide al Canalone, non sono affatto morti, palpitano ancora, basta voltarsi indietro per toccarli con mano. Una fortuna, questa, che varrebbe per tutti, se i più non guardassero all’età dei giochi come al pedaggio necessario all’accesso all’età ‘seria’, quella adulta, quella dei ‘grandi’ che fanno e disfanno il mondo, comandano, accumulano, invocano riflettori e ringhiano contro il prossimo. Per fortuna l’inclinazione alla poesia ingentilisce il cuore, rende ‘diversi’, consente di attingere dalla personale età dell’oro ricchezze con cui sopravvivere ai guasti d’un quotidiano ottuso e omologato. Consente di spingere uno sguardo curioso e pregno di speranza persino oltre la soglia della madre di tutti i segreti. In questo ‘Infanzie’, specie per chi sia figlio del dopoguerra, è facile riconoscersi. Ciò rende preziosa un’opera che sembra domandare più d’essere imitata, che letta. Non esiste infanzia che non abbia conosciuto un raggio di sole. Soffermarsi su quell’unico raggio, su quell’unica scheggia di bellezza (anche scrivendo alla men peggio) può salvare dalla dannazione di un pensiero inaridito.

Italo Interesse

 


Pubblicato il 28 Aprile 2018

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