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Mons. Santoro e la Chiesa tra bellezza e solidarietà

“Le radici sono fondamentali in ciascuno di noi. Io porto nel cuore il quartiere dove sono cresciuto che è Carbonara. I primi insegnamenti cristiani e i semi della mia vocazione hanno il volto della fede  popolare dei miei genitori”

Sono passate da poco le 9 di mattina, quando varchiamo il portone dell’Arcidiocesi di Taranto, dove ad accoglierci vi è un tarantino d’adozione, ma barese nei suoi valori più autentici. Parliamo di S.E.R. Mons. Filippo Santoro, alla guida dal novembre 2011 dell’episcopato jonico. Il presule ci ha accolto con gentilezza e disponibilità. Ne è nata un’intervista nel corso della quale sono stati toccati i punti più salienti della sua esperienza pastorale nella “città dei due mari”.

Mons. Santoro, in un contesto di emergenza immigrazione che sta riguardando tutti i Paesi dell’UE e soprattutto l’Italia, alla luce della chiusura dei porti e dell’irrigidimento dei rapporti tra il nostro Paese e gli altri dell’UE, in una realtà locale come Taranto, invece, è stato realizzato un centro d’accoglienza per persone in difficoltà italiane e straniere, andando oltre il concetto della razza: questo centro incarna il vero spirito cristiano dell’accoglienza. E’ stato fortemente voluto da Lei, riuscendo inoltre a coniugare i tre principi fondamentali di accoglienza, solidarietà e bellezza.

<< Il centro notturno “San Cataldo Vescovo” nasce nel cuore della città vecchia di Taranto, alle spalle della sede dell’arcivescovo e della cattedrale. Anche fisicamente incarna quelle parte delle priorità di un pastore: dimorare in mezzo al suo popolo, annunciare la parola e amministrare i sacramenti, provvedere ai poveri e ai bisognosi. Quello del centro di accoglienza notturno è stato un progetto necessario per le emergenze della città e sorge in un palazzo storico finemente restaurato perché credo fortemente che i poveri abbiano diritto alla bellezza e che la bellezza aiuti a crescere e a redimersi. Ho sempre il ricordo di un nostro assistito che mi ha confidato: “non ho mai avuto una stanza così bella”. Da questa costatazione sicuramente nascerà in lui il bisogno e il dovere, di mantenerla pulita, di prendersene cura. Questo è un segno di come la bellezza disponibile a tutti educa e riscatta la dignità. Di pari passo con il “San Cataldo Vescovo” è nato il centro Madre Teresa che si occupa dell’accoglienza dei migranti. La Chiesa non può operare nessuna distinzione facendo carità, ogni discriminazione è contraria al comandamento del Signore.>>

A proposito di bellezza e spiritualità mariana, ricordiamo che è stata finalmente riaperta al culto la chiesa della Madonna della Salute, nel centro storico di Taranto.

<< La Madonna della Salute è un’altra opera–segno perché abbiamo detto tante volte che “Taranto vecchia” è il luogo simbolo da dove parte la riconciliazione per il nostro futuro per le nuove generazioni, il risanamento che parte dalla conoscenza e la valorizzazione delle nostre radici, dall’assunzione delle responsabilità delle scelte sbagliate, della presa di coscienza della scarsa lungimiranza, il segno che si può risorgere dalle proprie ceneri. Si può reagire ad ogni difficoltà, la fede ci dona la possibilità di trasformare ogni ostacolo anche imponente, in occasione per la nostra salvezza. Da questo luogo di culto vorrei che ripartisse con vigore la responsabilità comune per un’immagine diversa di Taranto. Taranto non è in agonia! Ha gravi problemi, ma non è in agonia. Taranto continua ad essere una terra benedetta con germogli di bene e di futuro. Dobbiamo denunciare i mali, ma, allo stesso tempo, costruire la vita. Siamo costruttori di una speranza fondata e realista. >>

Lei è un barese, e nello specifico originario di Carbonara, uno dei rioni, insieme a Barivecchia, dove è sentito particolarmente lo spirito più verace dei baresi: quanto di queste sue esperienze vissute fanno parte del Suo bagaglio pastorale?

<< Le radici sono fondamentali in ciascuno di noi. Io porto nel cuore il quartiere dove sono cresciuto che è Carbonara. I primi insegnamenti cristiani e i semi della mia vocazione hanno il volto della fede popolare dei miei genitori. Mia mamma, che curava la casa  mi ha insegnato a pregare davanti alla vergine e a San Filippo Neri. E mi ha insegnato il valore della pietà popolare. Mio papà era un fotografo che mi ha insegnato a guardare il mondo, da lui ho imparato la correttezza dei rapporti anche attraverso le sue correzioni che da bambino mi sembravano punizioni enormi ma da grande non faccio che ringraziarlo, specie per quella volta che mi privò di una delle ruote della bicicletta per tanti giorni per insegnarmi il valore dell’ubbidienza. Mi ha così insegnato il valore della legalità e quindi la passione sociale e politica. La vocazione non può prescindere da un contesto famigliare importante. Quando nel gennaio del 2012 mi sono inginocchiato davanti alle reliquie di san Cataldo pochi attimi prima del sedermi sulla cattedra di questo santo, nella maestosità del cappellone, il mio pensiero corse carico di meraviglia all’immagine di me piccolino che sfrecciavo in bici fra i vicoli di Carbonara, magnificando il Signore per aver guardato a me, E fatto di quel piccolo bambino il successore di San Cataldo. >>

Purtroppo la città di Taranto è letteralmente angustiata e martoriata dalla vicenda dell’Ilva: secondo Lei come è possibile coniugare lavoro e salute nel rispetto dell’ambiente?

>Sono tanti anni che cerco di parlare di Taranto in maniera positiva, non perché voglia adoperarmi per un restyling mediatico ma perché davvero il capoluogo ionico è molto di più che il suo siderurgico. Io credo si possa coniugare in questa fase mondiale di elevate tecnologie, ma bisogna volerlo senza aver paura di fare scelte costose ed importanti, scevre dalle propagande politiche e volte solo al bene del tarantino. >>

Monsignore, nel ringraziarLa sentitamente per la Sua disponibilità, lasciamoci con un messaggio di speranza

Taranto guarda il mare e chi ha uno spazio aperto così grande avanti a sé ha sempre la possibilità di riscattarsi e di vere numerose possibilità. La speranza cristiana si basa sulla concretezza dell’evento Cristo, per questo non può essere mai offuscata, scolorita dalle incertezze. Per questo dobbiamo cambiare il mondo attorno a noi, come hanno fatto i santi e i veri uomini di buona volontà, dobbiamo anticipare e far pregustare la speranza vera! >>

 

Piero Ferrarese

 

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