Cultura e Spettacoli

Naupatia. E gli elefanti di Pirro?

Riporta Vito Melchiorre nel suo ‘Storie baresi’ (Levante Editori) che l’11 luglio 1712, un lunedì in cui soffiava un forte vento di libeccio, una feluca – un piccolo veliero a due alberi una volta assai diffuso nel Mediterraneo – proveniente dal porto croato di Ragusa (oggi Dubrovnik) e diretta a Barletta si rifugiò nel porto di Bari. Una misura precauzionale, quella assunta dal capitano, non nell’interesse dell’imbarcazione, comunque in grado di reggere la mareggiata, bensì del carico : una mandria di cavalli “schiavotti, ossia slavi”. Sconvolte dal beccheggio, intrappolate nell’angusta stiva dell’imbarcazione,  le povere bestie avevano cominciato a dare segni preoccupanti di malore (la naupatia, ovvero il comune mal di mare, non è cosa che opprime solo l’uomo). Prontamente sbarcati, gli animali furono affidati alle cure di alcuni maniscalchi, che riuscirono a farli stare un pochino meglio, lasciandoli anche pascolare  in un prato vicino al porto, sotto gli sguardi di molti curiosi. Ma nonostante queste premure, dopo un’ora un cavallo stramazzò a terra morto. Altri sette corsero lo stesso rischio, riprendendosi però dopo qualche giorno. Nel frattempo, informati della cosa, Nicola e Tomaso Flora, i due allevatori barlettani a cui la mandria era destinata, avevano fatto sapere di non essere più interessati all’acquisto di quei cavalli. Per non affrontare le conseguenze finanziarie cui andava incontro, il capitano deliberò di svendere sul posto gli animali. Tra gli acquirenti risultano l’Arcivescovo, il Mastro Portulano e il Cassiere della Regia Dogana.L’insolito caso apre la strada ad un interrogativo : Dal momento che di naupatia soffrono anche gli animali, in quali condizioni sbarcarono in Italia gli elefanti di Pirro? Bestie troppo ingombranti per trovare posto nella stiva di una nave o sul ponte della stessa, dove in caso d’irrequietezza avrebbero potuto intralciare le manovre dell’equipaggio, gli elefanti di Pirro dovettero navigare per decine e decine di miglia su zattere traballanti, con le zampe assicurate da robustissime funi e gli occhi bendati per non smarrirsi dinanzi all’aspetto angoscioso (dal punto di vista di una animale di terraferma) del mare aperto. Quando, sbendati, tornarono a posare le zampe sul territorio pugliese erano ancora in grado di mettersi in marcia, di rispondere ai comandi? Le fonti tacciono sul numero in partenza di quella mandria, dicono solo che l’esercito di Pirro accorso in soccorso di Taranto contro Roma nel 281 a.C. si componeva di 3000 cavalieri, 2000 arcieri, 500 frombolieri, 20mila fanti e venti elefanti ‘da guerra’.  Chissà che qualcuna di quelle bestie non sia morta durante la navigazione e che qualcun’altra non sia stramazzata al suolo appena dopo lo sbarco. A differenza del suo aspetto, l’elefante è un animale delicato. Mezzo secolo dopo, Annibale, perse buona parte dei suoi 37 elefanti con cui era partito, uccisi dal rigore del clima incontrato nel valicare prima i Pirenei e dopo le Alpi.

Italo Interesse

 

 


Pubblicato il 24 Maggio 2018

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