Religione e spiritualità

Nel mondo orientale la devozione mariana passa dalle icone

Maggio mese mariano nella tradizione bizantina

Come noto, maggio è mese mariano, dunque dedicato alla devozione per Maria. Come si vive questa devozione nel mondo orientale. Lo chiediamo al sacerdote cattolico di rito bizantino, don Antonio Calisi, teologo e apprezzato iconografo.

Don Antonio, lei vive e opera in una realtà, quella dell’Eparchia di Lungro, che è un ponte vivente tra la tradizione bizantina e il contesto italiano. Quando parliamo di un’icona della Madre di Dio, di cosa stiamo parlando esattamente dal punto di vista teologico?

“Nell’Oriente cristiano l’icona non è mai una semplice decorazione o un’illustrazione di fatti biblici. È una “teologia per immagini”. Dopo il Concilio di Efeso del 431, che proclamò Maria Theotokos, cioè Genitrice di Dio, l’arte bizantina ha smesso di cercare il realismo carnale per concentrarsi sulla trasfigurazione spirituale. L’icona è una finestra sull’invisibile: non guardiamo un quadro, ma veniamo guardati dal Mistero”.

Quali sono i tratti distintivi che un fedele dovrebbe saper leggere in queste immagini così solenni?

“Ci sono simboli precisi, quasi una grammatica dello spirito. I colori, innanzitutto: la Vergine indossa solitamente un chitone blu, che rappresenta la sua umanità, ma è avvolta in un maphorion (un manto) rosso porpora, il colore della divinità. Questo dice che lei, creatura umana, è stata rivestita dalla Grazia. E poi ci sono le tre stelle sulla fronte e sulle spalle: indicano il dogma della sua verginità prima, durante e dopo il parto. Lo sguardo è sempre frontale, perché l’icona invita a una relazione personale, a un dialogo diretto tra l’anima e il sacro”.

Esistono diversi modelli di questa rappresentazione. Quali sono i più significativi?

“Gli schemi sono fissi perché fissi sono i dogmi. Abbiamo l’Odigitria, “Colei che indica la via”: Maria non guarda il Figlio, ma lo indica con la mano, dicendo a noi: “Fate quello che vi dirà”. Poi c’è l’Eleousa, la Vergine della Tenerezza, dove le guance della Madre e del Bambino si sfiorano, anticipando il dolore della Passione. Infine la Nikopeia, la “Portatrice di vittoria”, dove la Vergine siede in trono presentando il Cristo frontalmente, quasi come uno scudo che protegge il popolo di Dio.”

La Terra di Bari ha una storia bizantina profondissima. Come si manifesta questa eredità nell’iconografia mariana locale?

“La Terra di Bari è stata per secoli il cuore del Catepanato bizantino. Anche dopo l’arrivo dei Normanni, l’impronta greca è rimasta indelebile. Pensiamo alla Madonna di Costantinopoli nella Cattedrale di Bari. È un’Odigitria classica. Sebbene il dipinto attuale sia una rielaborazione del ‘500, lo schema è puramente costantinopolitano: Maria è il “trono vivente” del Logos. È il segno di una devozione che non ha mai smesso di guardare a Oriente”.

Oltre alla Cattedrale, dove possiamo ritrovare questo “respiro” bizantino nel barese?

“Solo per citarne alcune presenti in tutta la provincia e nelle aree limitrofe. Nel Nord Barese e nell’entroterra abbiamo il volto della Vergine di Corsignano nella Cattedrale di Giovinazzo è un esempio di come l’iconografia orientale cerchi di trasmettere non un’emozione umana passeggera, ma la pace imperturbabile della deificatio. La ieraticità del volto richiama la purezza dei canoni costantinopolitani, dove il distacco dal mondo sensibile invita alla preghiera contemplativa. Lungo la costa verso Sud abbiamo la Vergine della Madia a Monopoli. Questa è un’icona straordinaria, un’Odigitria che la tradizione vuole giunta dal mare su una zattera (la “madia”) nel 1117. Teologicamente, rappresenta perfettamente Maria come “Porto della Salvezza”. Sebbene presenti sovrapposizioni pittoriche successive, lo schema originale è chiaramente bizantino: la Vergine indica il Bambino, il Verbo Incarnato, come unica via per l’umanità. Nel cuore del Sud Barese abbiamo la Madonna della Fonte a Conversano. Qui entriamo in uno dei santuari più cari alla devozione locale. L’icona della Madonna della Fonte è un tesoro di rara bellezza. In essa ritroviamo la dignità regale della Theotokos. Lo sguardo dei personaggi è fisso e frontale, volto a stabilire quel contatto ipostatico tra il prototipo celeste e il fedele che è alla base della nostra spiritualità”.

Un’ultima riflessione sulle chiese rupestri, così diffuse nel territorio pugliese…

“Le grotte e le cripte, come quelle di Gravina o del litorale barese, sono scrigni di fede. Lì troviamo spesso la Platytera, la Vergine “più ampia dei cieli”. Raffigurata con le braccia oranti e il medaglione del Cristo sul petto, rappresenta plasticamente il momento dell’Incarnazione. È la dimostrazione che l’astrazione teologica di Bisanzio è diventata, in Terra di Bari, preghiera popolare, carne e pietra. Un ponte che ancora oggi unisce i nostri due polmoni, Oriente e Occidente.”

Bruno Volpe


Pubblicato il 16 Maggio 2026

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