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Nicia, “dottore poco astuto”

’Mandragola’, la celebre commedia di Machiavelli, illustra meglio di un saggio la credulità dell’uomo della strada nel Cinquecento. Era quella l’epoca degli elisir di lunga vita, delle più elaborate operazioni alchemiche volte a trasmutare il ferro in oro, degli unguenti di cui cospargersi per volare a cavallo di una scopa … Nel lungo catalogo delle frottole non potevano mancare i filtri d’amore, intrugli di tenebrosa confezione ai quali si attribuiva l’infallibile potere di incatenare il cuore della persona desiderata. A causa della singolare biforcazione della radice della ‘mandragora’ – esatta dizione scientifica – che ispira fantasie di carattere antropomorfico (vedi immagine), a questa pianta veniva attribuito il potere di favorire la fecondazione. Di qui il gustoso imbroglio del quale in ‘Mandragola’ resta vittima il povero Nicia, “dottore poco astuto”, menato per il naso da Callimaco e Ligurio, ai quali tengono il sacco i non adamantini Sostrata, Timoteo e Lucrezia. La settimana scorsa un allestimento di Mandragola, prodotto da due tra le più importanti compagnie teatrali nostrane – Tiberio Fiorilli e Onirica Teatro – e diretto da Vito Latorre, è stato in cartellone al Duse. Latorre limita l’ambientazione rinascimentale alla sola lingua e ai costumi (di Angela Gassi) e immerge l’azione in un contesto un po’ algido, che un poco inquieta e molto spiazza. Se nei candidi velari-alcova a forma tubolare e nei ‘contenitori per persona a zip’ si può leggere qualche richiamo al  gioco del celarsi dietro la menzogna, le maxi sfere da fitness sembrano ammiccare agli attributi maschili (sensazione acuita dai ripetuti, ma garbati, tocchi ‘torridi’ che costellano lo spettacolo). Scelte musicali audaci e tutt’altro che cinquecentesche acuiscono questa sensazione di straniamento. Ma a recuperare il bandolo della matassa interviene la lingua di Machiavelli, che Latorre ripropone in piena originalità e senza accomodamenti (e il risultato sorprende per musicalità e chiarezza). La Firenze del 1504, anno di ambientazione della storia, emerge finalmente dalle ‘nebbie’ e lo spettacolo trova la sua giusta messa a fuoco. L’azione è fluida, salvo talora ‘sedersi’ nei momenti in cui l’atmosfera si fa rarefatta. Brilla il cast, composto da Domenico Piscopo (Nicia), Luca Amoruso (Ligurio), Davide De Marco (Callimaco), Rosanna Cassano (Lucrezia), Michele Santomassimo (Frate Timoteo), Daniele Locuratolo (Sostrata) e lo stesso Vito Latorre nei panni di Siro ; scena ideata e realizzata da Davide Sciascia. Ben diretti, gli interpreti offrono un contributo determinante al successo di una messinscena gradevole.

 

Italo Interesse

 

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