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Pane e quotidiano, Amalia Guglielminetti

Il 4 dicembre 1941 morì a Torino Amalia Guglielminetti, poetessa e scrittrice. Appartenente alla  borghesia industriale, ricevette un’educazione rigida. La prima collaborazione letteraria risale al 1901, quando iniziò a pubblicare le sue poesie sul supplemento domenicale della “Gazzetta del popolo”. Erano versi di maniera, nei quali l’autrice non aveva ancora maturato moduli espressivi propri e originali; in tal senso bisognerà attendere il 1907, anno della pubblicazione di “Le vergini folli”. La silloge fu molto ben accolta dal pubblico e dalla critica: Arturo Graf ne lodò l’impronta innovativa e il felice connubio di spontaneità e qualità. Più sottile fu il giudizio di Guido Gozzano (con cui la poetessa ebbe una intensa relazione amorosa), che ravvisò nell’opera una certa  dipendenza dai canoni dannunziani. Con gli anni, la sua scrittura acquistò in forza e profondità; i versi si fecero più concisi, lo stile più essenziale. Negli anni Trenta, Guglielminetti fu per qualche tempo a Roma, dove tentò la via del giornalismo ma senza successo. Nel 1937 tornò nella città natale dove visse in solitudine gli ultimi anni della sua vita.  Ha lasciato diverse opere degne di interesse fra raccolte poetiche, fiabe, romanzi e lavori teatrali. Di recente, la casa editrice Bietti ha ripubblicato le sue poesie e gli scambi epistolari con Guido Gozzano, di cui sono state successivamente realizzate anche versioni digitali.

 

Asprezze

Aspra son io come quel vento vivo
di marzo, il quale par crudo di geli
ma discioglie la neve su per il clivo.

Vento di marzo che agita gli steli
pigri, scopre viole in mezzo all’erba,
scompiglia erranti nuvole per i cieli.

Asprigna io sono e rido un poco acerba.
Mordere più che accarezzar mi piace
ed apparir più che non sia superba.

Come il vento di marzo io non do pace.
Godo sferzare ogni anima sopita,
e trarne l’ ire a un impeto vivace

per sentirla vibrar fra le mie dita.

 

rubrica  a cura di Maria Pia Latorre ed Ezia Di Monte

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