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Pane e quotidiano con Arsenij Tarkovskij (II parte)

Pochi grammi di poesia al giorno per stare a contatto con l’universo poetico che vibra intorno a noi

È all’ambiente familiare che il poeta Arsenij Tarkovskij deve l’amore per la letteratura e le lingue: sua madre è insegnante in una scuola locale e suo padre, bancario, è poliglotta e autore di racconti e saggi.  La famiglia Tarkovskij ha un altro figlio, Valery, che muore sul campo di battaglia della guerra civile nel 1919. Questo lutto rafforza il legame tra il padre e Arsenij. Insieme partecipano a serate dove si esibiscono famosi poeti russi e ucraini. Ispirato da loro, il giovane Tarkovskij, dopo essersi diplomato nella città natale di Kirovograd, in Ucraina, partirà per Mosca e si iscriverà ai corsi di letteratura. Nella seconda metà degli anni venti frequenta i Corsi Superiori Statali di Letteratura e scrive corsivi su «Il fischio», rivista dei ferrovieri, a cui collabora anche Bulgakov.

 

 

 

Ho studiato l’erba, aprendo il quaderno

e l’erba ha iniziato, come un flauto, a suonare.

Io coglievo la corrispondenza del suono e del colore

e, quando la libellula il suo inno intonava

andando tra i verdi tasti come una cometa,

 

io già sapevo che qualunque gocciolina di rugiada è una lacrima.

Sapevo che ogni faccetta dell’enorme occhio,

in ogni arcobaleno delle ali splendenti

dimora la parola più ardente del profeta

ed il mistero ad Adamo io, come per miracolo, schiudevo.

 

Io amavo il mio straziante lavoro, questa costruzione

di parole, collegate da luce propria, l’enigma

dei sentimenti confusi e la semplice soluzione della mente,

nella parola ‘verità’ mi pareva di vedere la verità stessa,

la mia lingua era veritiera, come un’analisi spettrale

ma le parole si prostravano ai miei piedi.

 

Ed ancora io dirò: mio vero interlocutore,

ho sentito un quarto di rumore, ho visto a mezza luce,

tuttavia non umiliai né il prossimo né le erbe,

non offesi con l’indifferenza la terra paterna

e finora ho lavorato sulla terra, ricevendo

il dono dell’acqua fredda e del pane fragrante,

sopra di me stava un cielo senza fondo.

Le stelle mi cadevano sulla manica.

 

(1956)

 

Rubrica a cura di Maria Pia Latorre ed Ezia Di Monte

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