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Pane e quotidiano con Giorgio Caproni (II Parte)

Pochi grammi di poesia al giorno  per stare a contatto con l’universo poetico che vibra intorno a noi. “Sono targato Livorno 1912” diceva di sé Giorgio Caproni. Di origini modeste, scopre precocemente la letteratura attraverso i libri del padre, tanto che a sette anni scova in biblioteca un’antologia dei Poeti delle Origini e ne rimane affascinato. Con lo scoppio della Grande Guerra si trasferisce insieme alla madre e al fratello Pierfrancesco in casa di una parente, mentre il padre è richiamato alle armi. Sono anni duri, sia per motivi economici sia per le nefandezze della guerra che gli lasciano dentro un profondo solco. Nel 1922 le sorti della famiglia si riaggiustano, con il trasferimento a Genova, che lui definirà “la mia vera città”. “Genova sono io. Sono io che sono ‘fatto’ di Genova”, avrà a dire a Ferdinando Camon in un’intervista del 1965. Per la madre, Anna Picchi, è stata composta la poesia che proponiamo, dai tratti delicati e genuini. A lei è dedicata l’intera raccolta, vincitrice del Premio Viareggio nel 1959.

 

Per lei

Per lei voglio rime chiare,
usuali: in -are.
Rime magari vietate,
ma aperte: ventilate.
Rime coi suoni fini
(di mare) dei suoi orecchini.
O che abbiano, coralline,
le tinte delle sue collanine.

Rime che a distanza
(Annina era cosí schietta)
conservino l’eleganza
povera, ma altrettanto netta.
Rime che non siano labili,
anche se orecchiabili.
Rime non crepuscolari,
ma verdi, elementari.

Da ‘Il seme del piangere

 

Rubrica a cura di Maria Pia Latorre ed Ezia Di Monte

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