Cultura e Spettacoli

Pane e quotidiano con Pedro Salinas (II parte)

Pochi grammi di poesia al giorno per stare a contatto con l’universo poetico che vibra intorno a noi

Pedro Salinas sta tenendo una lezione all’Università quando Katherine Reding giovane professoressa americana in visita in Spagna per studiare letteratura, arriva in ritardo e si siede in fondo all’aula. Ma Pedro la nota. E si innamora, subito. Un colpo di fulmine. La invita a pranzo e poi a passeggiare per scoprire la città e visitare i musei. I due si conoscono e si innamorano.Alla fine dell’estate, però, Katherine torna in America, mentre Pedro resta in Spagna, con la sua famiglia. Si scrivono lettere, si spediscono foto, cartoline, telegrammi. Il loro amore è oltre le distanze, oltre la paura di perdersi, oltre il non potersi vivere.Nel 1933 Pedro pubblica “La voz a ti debida”, una raccolta di 70 poesie, tutte dedicate a Katherine e al loro amore, un amore che è soprattutto  ricerca di sé e dell’altro.

Non importa che non ti abbia, 
né importa che non ti veda.
Prima ti abbracciavo,
prima ti guardavo,
ti cercavo tutta,
ti volevo intera.
Oggi più non chiedo
agli occhi e alle mani
le ultime prove.
Di stare al mio fianco
ti chiedevo prima;
sì, accanto a me, sì,
sì, però lì fuori.
A me già bastava
sentir le tue mani
darmi le tue mani,
sentire che ai miei occhi
tu davi presenza.

Ma adesso ti chiedo
di più, ben di più
di un bacio o uno sguardo:
di starmi più addosso
di me stesso, dentro.
Come il vento sta
donando, invisibile,
la vita alla vela.
Come sta la luce,
ferma, fissa, immobile,
facendo da centro
che non mai vacilla
al tremulo corpo
della fiamma inquieta.
Come sta la stella,
presente e sicura,
senza voce o tatto,
sul petto disteso,
sereno, del lago.

Quello che ti chiedo
è di essere l’anima
dell’anima mia,
sangue del mio sangue
dentro le mie vene.
È che tu stia dentro
di me come il cuore
mio, che io mai
vedrò, toccherò,
ma il cui palpitare
non sarà mai stanco
di darmi la vita
finché morirò.

E come lo scheletro,
segreto profondo
di me, che soltanto
mi vedrà la terra,
intanto però,
è lui che nel mondo
sostiene il mio peso
di carne e di sogno,
di gioia e di pena
misteriosamente
senza che degli occhi
lo vedano mai.
Quel che ti chiedo
è che la corporea
passeggera assenza
per noi non sia fuga,

mancanza, oblio:
ma che per me sia
possesso totale
dell’anima lontana
eterna presenza.

da Il corpo favoloso. Lungo lamento (traduzione di Valerio Nardoni)

Rubrica a cura di Maria Pia Latorre ed Ezia Di Monte


Pubblicato il 15 Febbraio 2024

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