Cultura e Spettacoli

Per piacere vuole spegnere il cellulare?

E’ difficile la pratica dell’arte scenica, non bastando al suo esercizio passione, studio, pazienza e talento. Serve anche un certo equilibrio nervoso. Le insidie, numerose, vanno dal vuoto di memoria alle difficoltà ambientali (cambiare ogni volta palcoscenico e camerino ne crea di disagi). Ma l’insidia maggiore è rappresentata dal pubblico. Qui non parliamo di fischi, bensì di cose che, innocenti e meno innocenti, hanno il potere di irritare, deconcentrare e persino mortificare l’interprete. Ora, finché si tratta di tosse e starnuti (con relativa soffiata), passi. Ma già il veder mangiare e bere, specie in prima fila… E, ancora in prima fila, quale fatica dover andare avanti con uno spettatore abbioccato. Anche su questo, tuttavia, si può passare. Dopotutto può essere che il lavoro sia di quelli che inducono sonno e in ogni caso la natura è natura. Venendo alle cose meno tollerabili, consideriamo lo spettatore a digiuno dell’arte del sussurro, sicché, qualunque cosa abbia da comunicare al vicino di poltrona, essa diventa di dominio pubblico, dall’ultima fila al proscenio. Ancora veleno per il nostro povero teatrante. E le caramelle scartocciate? E incredibile come risalti nel silenzio il suono crocchiante di questa particolare pellicola plastica, leggera e resistente (in passato, in sala di doppiaggio, per riprodurre l’effetto di un fuoco crepitante i ‘rumoristi’ accartocciavano lo stesso tipo di plastica). Passiamo infine  alla madre d’ogni disturbo : il cellulare, che quasi nessuno spegne. Anche in modalità silenziosa il benedetto arnese può tornare dannoso a chi è in palcoscenico (e pure al vicino di poltrona). Il potere di questa diavoleria ha del tirannico. Che il lavoro piaccia o meno, prima o poi il telefonino prende il sopravvento. E’ arrivato un messaggio? Fammi vedere… La schermata s’illumina e un volto con gli occhi in basso si staglia nel buio della platea. Una cosa che non sfugge all’attore, anche se ha i riflettori negli occhi. Un gesto irrispettoso, un gesto di sufficienza (e l’aver pagato il biglietto non giustifica un bel nulla). Che fare in questi casi? I più patiscono e tirano avanti. Qualcuno invece reagisce. Una volta ci capitò di vedere Paolo Panaro interrompere il proprio monologo per rivolgersi ad una spettatrice : Per piacere vuole spegnere il cellulare?… Gelo in platea. La tipa obbedisce silenziosamente e Panaro riprende come se nulla fosse accaduto. Altri teatranti possono reagire diversamente. Vito Latorre, giovedì scorso al Duse, al termine di un assai ben fatto ‘Otello’, dedicato l’inchino di rito ad una platea comunque rispettosa, si è levato un sassolino dalla scarpa : Rivolgendosi ad uno spettatore della prima fila gli ha pubblicamente rimproverato di avergli reso tormentoso il lavoro per l’uso “sfacciato” del telefonino durante l’intero spettacolo. “Questa è la morte del teatro” ha detto col cuore gonfio d’amarezza prima di abbandonare la scena. E il colpevole? Impassibile, indifferente. Disse Nanni Moretti : Continuiamo a farci del male…

Italo Interesse

 


Pubblicato il 20 Dicembre 2017

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