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Per un pugno di mandorle

La settimana scorsa nelle campagne di Ruvo le forze dell’ordine hanno arrestato due uomini responsabili del furto di quattro quintali di mandorle. I ladri non hanno trovato la refurtiva ammonticchiata da qualche parte, hanno dovuto staccarla dai rami, tant’è che al momento dell’arresto sono stati trovati in possesso di canne di bambù e teloni. Un sistema rudimentale, antico, particolarmente faticoso. Soprattutto lento. Quattro quintali di mandorle non si raccolgono in mezz’ora : serve mezza giornata. Basta questa considerazione a fotografare la situazione delle nostre campagne. Se due infelici possono lavorare indisturbati per ore ed ore, per di più esposti allo sguardo di chiunque, è segno che i nostri campi sono in abbandono. La scarsa redditività dell’agricoltura tiene lontani i piccoli proprietari. Il pericolo dei branchi di cinghiali o di randagi fa il resto. Ne approfittano taglieggiatori, balordi e ladruncoli. Che ci sia da ‘punire’ qualcuno distruggendo un raccolto, che si voglia combattere la noia dando fuoco a un albero, che si trovi convenienza ad asportare pietre da un muro a secco, che si voglia ‘alleggerire’ mandorli del loro carico o ricavarne legna da ardere, non c’è problema : le possibilità d’essere ‘pizzicati’ sono  remotissime. Tornando a quei quattro quintali di mandorle, sorge un interrogativo : Al di là del problema morale e delle conseguenze legali, ha senso rompersi la schiena per quattro soldi ? Tra l’altro quelle mandorle, prima d’essere vendute al primo frantoio, vanno liberate del mallo, l’involucro esterno che protegge il guscio : secondo lavoraccio. Il tutto a fronte di che ? A parte alcune ristrette aree – a Toritto questo frutto è stato inserito nella lista dei prodotti agroalimentari di tradizione italiani – la mandorla ha fatto il suo tempo in Puglia come altrove, tranne che in California da dove vengono importate in quantità industriali e a prezzi competitivi : di qui il suo totale deprezzamento, che spiega l’abbandono e l’eradicazione a favore di colture più redditizie (per ragioni – questa volta diverse – lo stesso dramma, perché tale è, riguarda fichi, fichi d’india, carrube, pere, melegrane…). Altrettanto stressante e poco remunerativo è rubare olive, mettere mano ad una motosega per abbattere alberi e ricavare legna da ardere o distaccare chianche da una vecchia aia. Rischio per rischio, ha più senso (in un’ottica criminale) andare a caccia di reperti archeologici. Invece si sceglie di ‘lavorare’ a condizioni peggiori di quelle imposte ad extracomunitari impegnati nella raccolta dei pomodori. E’ nel declino del buon senso che va individuata la madre del degrado collettivo.

Italo Interesse

 

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