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… poi la malva ricrebbe sui crateri

La cosiddetta Isola della Malva, che deve il suo nome alla grande quantità di cespugli di malva che la ricopre, è un affioramento roccioso che emerge a fatica dalle acque di Porto Cesareo a un centinaio di metri da Torre Chianca, un’antica postazione di vedetta del XVI secolo. La superficie di questo scoglio si presenta piatta, ma segnata qua e là da buche, fossi e avvallamenti, una serie di crateri della profondità massima di un metro. Una pioggia di meteoriti? No, un segno della guerra. Nel corso del secondo conflitto mondiale, dopo l’8 settembre, presso l’aeroporto di Leverano (una pista di fortuna allestita dalla Regia Aeronautica) era di stanza una squadriglia della Luftwaffe. I piloti di quella squadriglia si tenevano in esercizio usando come bersaglio l’Isola di Malva, che individuavano usando Torre Chianca come punto di riferimento. Non è dunque vero che essi nell’esercitarsi avessero come obiettivo quell’antica postazione, in cima alla quale, peraltro, era ancora posizionata una preziosa postazione d’artiglieria antiarea abbandonata dal Regio Esercito. Torre Chianca fungeva da osservatorio per valutare la precisione di tiro dei piloti. Il fatto poi che tale osservatorio si posizionasse ad un paio di centinaia di metri dal punto di ‘fuoco’ non costituiva un pericolo per nessuno : Quegli aerei – gli Junkers 87, più noti come Stukas – sganciavano finti proiettili, ovvero copie in cemento delle stesse dimensioni e peso dei veri ordigni che potevano trasportare. Chi abbia vaghezza di vedere come fossero questi finti proiettili può, immergendosi in quei fondali, individuarne di ancora intatti. Non ne troverà molti dal momento che quei tiri erano di rara precisione. Pur finte, quelle bombe venivano sganciate con la ‘spettacolare’ tecnica del bombardamento in picchiata. A differenza dei bombardieri convenzionali che ancora oggi sganciano grappoli di bombe su un’area piuttosto vasta navigando in volo orizzontale, gli Stuka si dirigevano in picchiata verso l’obiettivo avvicinandolo il più possibile. Poco prima del punto di non ritorno per la cabrata il pilota sganciava la bomba e subito dopo tirava la barra di comando per riprendere quota. Questa tecnica, per l’epoca innovativa, consentiva una precisione di tiro rimasta leggendaria, e che tanti sinistri successi raccolse a danno di obiettivi immobili (ponti, stazioni, banchine portuali), che di obiettivi in movimento come navi, carri armati o treni. Considerando che questo infernale apparecchio dall’inconfondibile configurazione ad ala di gabbiano rovesciata poteva caricare ordigni da 500 kg, non avessero i tedeschi adoperato finte bombe adesso non staremmo a parlare né di Torre Chianca che dell’Isola della Malva.

Italo Interesse

 

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