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Politica pugliese, nella narrazione dei risultati al peggio non c’è mai fine

La coalizione di centrosinistra, che – a detta del governatore della Regione, Michele Emiliano – avrebbe avuto al suo interno anche una larga fetta del civismo locale, alle politiche del 25 settembre scorso in Puglia non è andata oltre il 22% dei consensi. Infatti, ha perso in tutti i 15 collegi pugliesi dell’uninominale, piazzandosi terza, dietro la coalizione di centrodestra ed il M5S, che nella nostra regione al proporzionale è risultato addirittura primo partito, con circa il 28% dei voti, davanti al partito di Giorgia Meloni, Fratelli d’Italia, che si è fermato invece intorno al 24%. Un dato catastrofico per il centrosinistra pugliese, se si considera che da quasi 18 anni con il Pd, in particolare, governa la Regione e molti dei principali Comuni, a cominciare dal capoluogo della Puglia, ma anche molte altre realtà territoriali. Tanto che ultimamente i sindaci pugliesi collegati direttamente al centrosinistra – stante una dichiarazione del governatore Emiliano – dovrebbero essere quasi il 90% dei Primi cittadini attualmente presenti in Puglia, su un totale di 256. Quindi, una catastrofe politica, forse, senza precedenti in special modo per il Pd del governatore Emiliano e dei suoi sodali, Antonio Decaro e Marco Lacarra, che financo nell’analisi del voto si sono espressi con giudizi differenti. Infatti, Emiliano ha esultato perché, insieme al risultato conseguito dal M5S, la coalizione giallo-rossa che governa la Regione Puglia ha superato il 50% dei consensi, mentre il centrodestra (che ha vinto!) raggiunge poco più del 41% complessivamente. Invece, il segretario regionale del Pd, Lacarra, si consola per il fatto che il suo partito in Puglia ha ottenuto tre punti in più delle politiche del 2018, dimenticando il dato che questa volta nella nostra regione ha votato circa il 13% di elettori in meno delle precedenti elezioni politiche. E, inoltre, per Lacarra il fatto che il dato pugliese del Pd (16%) sia il meno peggio nel Mezzogiorno è comunque, a suo dire, una vittoria non trascurabile per il suo partito in questa regione. Mentre il sindaco di Bari e presidente Anci, Decaro, pur riconoscendo la sconfitta, si consola con il dato di Bari, dove il Pd si è attestato ad una media del 19,33% di consensi. Un dato, questo, superiore sì di tre punti alla media pugliese, ma esattamente in linea con la media nazionale di detto partito (19,07%) e dimenticando però che, in molti dei grandi centri capoluogo di regione e capofila di Città metropolitane governati dal Pd, il centrosinistra è riuscito almeno a vincere nell’uninominale, facendo eleggere il proprio candidato alla Camera e/o al Senato, contrariamente a quanto è accaduto a Bari, dove financo il collegio uninominale della Camera, in cui il segretario Letta e lo stesso Decaro (che l’aveva proposta) si sono vantati di aver candidato la scienziata barese Luisa Torsi, ritenuta “la miglior candidata d’Italia” per il loro partito, il centrosinistra ha comunque perso ed in maniera non diversa da altri collegi pugliesi. Ossia, un terzo posto dopo il M5s ed i candidati di Camera e Senato del centrodestra che sono risultati vincenti. Il dato, però, che forse dovrebbe far riflettere maggiormente nell’anali del voto pugliese delle ultime politiche e che dimostra inconfutabilmente la portata della catastrofe del centrosinistra e, in particolare, del Pd il questa regione è che il partito di Emiliano, Decaro e Lacarra, con la quasi totalità del potere locale nelle mani di esponenti Dem e loro affiliati ed aggregati, in Puglia si è fermato ben quattro punti percentuali al di sotto di quello che fu il risultato del Psi di Bettino Craxi nella nostra regione alla tornata elettorale politica del 1992. Ossia, l’ultima in cui fu presente il vecchio Psi di Turati, Nenni e Pertini sulla scheda elettorale alle elezioni nel nostro Paese. Infatti, nell’ormai lontano 1992 il Psi pugliese alle politiche riuscì a conseguire il fatidico storico risultato del 20% di consensi. Ossia molti più voti di quanto ne ha ottenuti il Pd pugliese in quest’ultima tornata. Ma nel raffronto va anche ricordato (circostanza non da poco nell’analisi!) che all’epoca il Psi in Puglia non aveva di certo il controllo quasi egemone del potere locale e del relativo sottogoverno, poiché le altre forze di governo dell’allora pentapartito (Dc, Psdi, Pri e Pli) erano presenti negli asseti del potere locale con oltre il 70% di occupazione e controllo delle poltrone del governo e sottogoverno locale. Ma c’è di più! Quel 20% del Psi scaturiva da una partecipazione alle urne di oltre l’80% dei pugliesi aventi diritto al voto e non come in quest’ultima tornata politica, dove il 16% del Pd deriva da una partecipazione al voto che è addirittura al di sotto di oltre venti punti rispetto al 1992. Perciò, visto in questi termini, il risultato ultimo del centrosinistra pugliese e del Pd in particolare è sicuramente più disastroso di quel che appare nelle narrazioni dei suoi maggiorenti locali. Altro che…Stalingrado d’Italia, o miglior risultato nel Mezzogiorno! Infatti, in politica – come sostiene qualche esponente stesso del centrosinistra pugliese  – “al peggio non c’è mai fine” nella nostra regione. Finanche nella narrazione dei risultati.

 

Giuseppe Palella

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