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Povera sovrana, perse anche la “chiana” Puglia

L’ultimo brano della facciata B della prima incisione in studio della Nuova Compagnia di Canto Popolare (il disco è del 1971) s’intitola “Nun me chiamate cchiù donna Sabella”. Il breve ‘canto politico’, come ebbe a definirlo Roberto De Simone, venne raccolto a Salerno, ma era ancora comune a molte zone del Mezzogiorno sino agli anni cinquanta. La Isabella di cui qui si parla è stata una delle regine più sfortunate della storia. Canta la donna : “Nun me chiamate cchiù donna Sabella / chiamateme Sabella sventurata / Aggio perduto trentatre castella / la chiana Puglia e la Basilicata…” Cosa c’entra la nostra terra ? Il 24 giugno 1468 a Minervino Murge nasceva Isabella del Balzo. Figlia di Pirro del Balzo, quarto Duca di Andria e Principe di Altamura, e di Maria Donata del Balzo Orsini duchessa di Venosa. Nel 1487 Isabella andò sposa al Principe Federico d’Aragona. Quando quest’ultimo nel 1496 salì sul trono di Napoli, Isabella divenne regina. Ma la sua gioia durò solo cinque anni. Nel 1501, travolto dal conflitto franco-aragonese per il possesso del Regno di Napoli, Federico venne deposto. Isabella dovette allora seguire il marito in esilio  dovendo rinunciare a tutti i suoi possedimenti (“la Salierno bella”, la  Lucania e la ‘pianeggiante’ Puglia). La famiglia (i due intanto avevano avuto cinque figli) prese residenza a Tours. Con la morte di Federico, avvenuta nel 1504, ebbero inizio le disgrazie di Isabella. Ritrovatasi in gravi difficoltà economiche, per mantenere i figli l’ex regina si risolse a vendere la ricca biblioteca di famiglia. Ciò non bastando, dovette abbandonare la Francia e trovare ospitalità a Ferrara, presso gli Estensi, suoi parenti. A Ferrara le cose andarono anche peggio : nel 1513 nel corso del carnevale corse pericolo di morte. Tra il 1515 e il 1520 perse i due maschi, Alfonso e Cesare. Nel 1526 dovette ridursi a chiedere a papa Clemente VII aiuti per le figlie superstiti. Morì a Ferrara nel 1533. Tanto ha determinato l’attribuzione a questa donna del primato delle sventure. Ne ‘Il Cortigiano’ Baldassarre Castiglione volle indicarla come esempio di donna e regina per l’energia e la dignità con cui seppe sopportare miseria e sorte avversa. Un altro autore che si occupò di Isabella del Balzo fu Rogeri di Pacienzia, da Nardò. L’autore neretino compose ‘Lo Balzino’, un poemetto in ‘ottave canterine’ nel quale si narra la vita di Isabella del Balzo dalla nascita fino al trionfo regale. Lo stralcio qui proposto e che attiene alla nascita di Isabella svela un tenero dettaglio personale : La bimba presentava una bocca così piccola che si faceva fatica a trovarle una nutrice. Ecco con quanta freschezza e simpatia il Rogeri tratta il tenero argomento: “Nascette questa nobile fantina / che tutti membri ben formati haveva / ma la boccuzza sua si piccolina / che popigno de ziza nullo ne capea /donna nissuna fusse ‘lla vicina / lactar per alcun modo la possea / et spremer bisognava intro la boccha / lo lacte da le zize a gotta agotta” (questa nobile piccina nacque ben formata in ogni parte del corpo ad eccezione della bocca, che aveva così piccola da non potersi attaccare ad alcun capezzolo ; non essendovi altro modo per allattarla, si doveva premere il seno sulla bocca e farle gocciolare dentro il latte).

 

Italo Interesse

 

 

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