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Povero Niccolò, figli e ristrettezze

Fosse stato un altro, col talento che aveva, Niccolò Piccinni (di cui oggi ricorre il 293esimo anniversario della nascita) si sarebbe arricchito come compositore. Invece era d’indole onestissima, oltre che pacifica. E il senso della dignità lo allontanava dal servilismo e dalla partigianeria, per cui non raggiunse mai posizioni di vertice, né ottenne fruttuose commissioni, al contrario di molti suoi più ‘pratici’ colleghi (vedi il grande avversario, Gluck). A Parigi, dove si era stabilito definitivamente, Piccinni viveva fra gli stenti. Nel suo ‘Niccolò Piccinni, vita ed opere’, Pierre Louis Ginguené raccoglie una confidenza del Maestro barese: “E’ con questa piccola pensione che viviamo io, mia moglie, quattro figli e due sorelle, noi trasciniamo la vita…”. La famiglia poi dovette allargarsi poiché l’unico biografo di Piccinni conclude così la sua preziosa opera: “Egli lasciò una vedova e sei figli… delle sue quattro figlie, una sola è maritata, due vivono a Parigi con la madre e la quarta a Napoli con il resto della famiglia.” Ginguené riuscì a raccogliere solo poche notizie e relativamente ad una parte di questa prole. Luigi fu compositore in Svezia e nel 1784 ed ebbe a comporre a Parigi una piccola opéra-comique dal titolo Les Amours de Chérubin”. Giuseppe Maria scrisse il libretto di ‘Le faux Lord’ (che il padre musicò nel 1783); in precedenza si era fatto conoscere con una traduzione in versi delle lettere di Abelardo ed Eloisa e un elogio in prosa del Metastasio; scrisse poi i libretti di ‘Lucette’ e ‘Le mensonge officieux’, ancora musicati dal padre rispettivamente nel 1786 e nel 1787. Quanto alla figlia maggiore, della quale si ignora il nome, verso la fine del 1792 si maritò con un giovane commerciante francese di nome Padrez Prestreau il quale viveva a Napoli da nove anni e che dopo la Rivoluzione non aveva più nascosto i suoi sentimenti per la libertà del suo paese, così indisponendo l’autorità borbonica. Di riflesso ne derivarono a Piccinni seri grattacapi: La sua opera ‘Ercole al Termodonte’ fu fischiata senza pietà e non andò oltre la terza replica. Accusato di giacobinismo ‘indiretto’. Il Nostro rischiò di vedere la pensione di 6000 ducati annui accordatagli dal re di Napoli arraffata da due suoi allievi “innominabili” (Paisiello e Cimarosa). Dovette anche patire per qualche tempo quelli che oggi chiameremmo arresti domiciliari. Infine, ci sarebbe Adelaide, una figlia morta prematuramente. In una lettera che Piccinni spedì il 6 maggio 1787 a Ginguené si legge: “La mia malattia, unita a quella di mio figlio e della mia bella figlioletta Adelaide che sfortunatamente ho perduto mi ha trascinato in una terribile condizione.”

 

Italo Interesse

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