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Prima la grande scossa, poi il nubifragio

Svettano in cima ad un’altura a nord dell’abitato. I resti del castello di Gravina testimoniano la sua originale grandezza. Al pari di molte altre fortezze federiciane, anche quella di Gravina non era pensata per subire assedi.  Costruito da Federico tra  il 1223 e il 1231, il maniero svolgeva la doppia funzione di maniero venatorio e luogo di riunione della Curia. Il castello, a pianta rettangolare di 58,5 x 29 m., che disponeva di quattro torri e un vasto cortile, si sviluppava su tre piani, compreso l’ammezzato, al quale si accedeva tramite un’imponente scalinata ; le sale degli appartamenti nobiliari erano illuminate da bifore ornate da intagli in pietra gentile e affacciate su un panorama molto suggestivo : i monti calabro lucani e buona parte della Murgia. Come l’immagine testimonia, di questa meravigliosa domus sopravvivono solo parte del basamento e parte dei muri perimetrali. Cosa decretò la rovina del castello di Gravina? A ridurlo così furono gli smottamenti causati nel 1687 da un terribile nubifragio. All’epoca, però, la costruzione era già parecchio malandata. E il degrado risaliva a oltre due secoli prima. Il 5 dicembre 1456 (562 anni fa) anche il castello di Gravina pativa i danni del più violento terremoto che abbia toccato l’Italia meridionale e di cui sia rimasta memoria. Era piena notte quando una scossa di magnitudo 7,1 della scala Richter (che vuol dire l’energia prodotta dall’esplosione di 477mila tonnellate di tritolo) si sviluppava nel distretto sismico dell’Irpinia. A seguito della scossa principale, della durata di almeno due minuti, in quasi tutti i paesi dell’entroterra campano, molisano e lucano si ebbero danni ingentissimi. A Napolivenne giù il campanile della basilica di Santa Chiara e la chiesa di San Domenico Maggiore. Ancora nella capitale una serie di onde anomale distrusse ogni imbarcazione, mentre un maremoto prodottosi nel  golfo di Tarantoinvestiva la costa ionica pugliese. Alla scossa principale seguirono numerosissime repliche, anche a distanza di alcune settimane, come quella del 30 dicembre, che per intensità fu pressoché pari alla scossa principale sebbene stavolta l’epicentro fosse localizzato nettamente più a nord, entro il distretto sismico del Sannio; tale replica finì col radere al suolo molti centri abitati già gravemente lesionati dalle scosse precedenti. La lunga successione sismica devastò interamente Molise, Campania, Puglia e Basilicata; parzialmente danneggiati furono il settore est del Lazio e il nord della Calabria. Si stima che le vittime del terremoto furono complessivamente tra le 20.000 e le 30.000.

Italo Interesse

 

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