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Prima mietere, poi spigolare

Il quadro riprodotto in immagine s’intitola ‘Donne a spigolare’ e reca la firma di Lèon Augustin Lhermitte, il pittore francese vissuto tra 1844 e il 1925 che più di tutti si dedicò al tema della mietitura. Che vuol dire spigolare? Quando la trebbiatrice non era stata ancora inventata e quindi si mieteva a mano, era facile che qualche spiga sfuggisse alla falce o che cadesse dai covoni. A mietitura finita, allora, la povera gente, donne in prevalenza, si metteva a perlustrare i campi per raccogliere quegli avanzi che, pestati a casa in un mortaio di pietra, bastavano a tirare su qualche chilo di farina. Chissà quante spigolatrici furono attive in Capitanata sino alla fine dell’Ottocento… La spigolatura, dunque, questo epilogo al secondo e conclusivo atto del ciclo di vita del grano, costituiva una sorta di lavoro che impegnava non poche braccia. Era però un lavoro di ripiego, esercitato da chi per ragioni di età e salute o perché non aveva avuto la buona sorte d’essere ingaggiato si trovava escluso dalla meglio retribuita fatica della mietitura. Fino a un secolo fa in Puglia questa pratica agricola aveva cadenze solenni, rituali, in omaggio a usi remotissimi, risalenti all’era pagana. La mietitura veniva aperta in modo cerimoniale, svolta secondo determinate regole e chiusa da una festa.  Nella cerimonia d’apertura il primo covone (al cui taglio doveva collaborare il proprietario del terreno) veniva portato in casa e deposto ai piedi delle immagini sacre ; quel grano, poi, veniva battuto a parte e una parte di esso era mescolato al seme da destinare alla semina dell’anno dopo. La mietitura era organizzata così : i cafoni, disposti in fila, avanzavano mietendo fino a un certo numero di passi. Raggiunta la meta, lasciavano sul posto il covone messo assieme e riprendevano a mietere sulla medesima distanza. Era un lavoro stremante sotto il caldo di giugno, il tormento degli insetti e le sollecitazioni brutali e minacciose degli scagnozzi del padrone di turno. Per sostenersi, i cafoni ricorrevano al canto. Ma non bastava. Allora ricorrevano al gioco : L’ultimo mietitore a terminare il suo covone sarebbe stato legato allo stesso e così  portato in giro, battuto, bagnato o addirittura gettato sul letamaio. Secondo gli antropologi il mietitore tardivo rappresenterebbe l’evoluzione della vittima che nei tempi pagani veniva immolata in forma di ringraziamento allo spirito del grano (nelle società primitive i sacrificati erano i prigionieri di guerra e, in subordine, vecchi, inabili e incapaci ). E ancora, con modalità diverse, si gareggiava quando c’era da caricare i covoni sui carri… Infine la festa, che generalmente si svolgeva nella stessa aia dove si era battuto il grano. Non era aperta ai soli mietitori, era aperta a tutti, a condizione che gli ‘estranei’ (vicini, amici, parenti) usassero il ‘garbo’ di contribuire alla festa portando una bottiglia di vino, un sacchetto di taralli o altre cibarie. I suonatori erano i meglio accolti. Queste feste erano occasioni preziose per socializzare. In esse le danze tradizionali giocavano un ruolo determinante, coprendo con un velo ipocrita palesi avances (si pensi alla ‘pizzica’ e al simbolismo lascivo del fazzoletto rosso sventolato dalle donne sotto il naso degli uomini). I giovani avevano così modo di ‘promettersi’. Incalcolabile il numero di matrimoni ‘combinati’ a seguito di queste feste.

Italo Interesse

 

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