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“… pur lavorando senza tregua, sa godere la vita”

In ‘Viaggio in Italia’ si legge che il 28 febbraio 1786, Goethe, in compagnia d’altri amici, andava a fare visita a Filippo Hackert, pittore inglese che dimorava a Napoli : “Gode la speciale confidenza ed è nelle grazie del Re e della Regina. Gli è stata riservata un’ala di Palazzo Francavilla che egli ha fatto arredare con gusto d’artista e dove vive da signore. E’ un uomo molto preciso nei suoi atti, molto avveduto e, pur lavorando senza tregua, sa godere la vita”. Il 15 marzo dello stesso anno Goethe ritrovava Hackert, questa volta a Caserta : “Hackert occupa nella Reggia un appartamento fornito veramente di ogni sollievo. C’è posto più che sufficiente per lui e per i suoi ospiti. Sempre occupato a disegnare e dipingere, egli è tuttavia socievole e ha l’arte di conquistare gli uomini”. Questo Hackert di lì a poco, nel 1788, avrebbe ricevuto da Ferdinando IV di Borbone la commissione per la quale sarebbe divenuto celebre : eseguire un ciclo di dipinti che avessero per oggetto i porti delle province orientali del Regno : Capitanata, Terra di Bari e Terra di Otranto (la commissione è riconducibile alla volontà del re di Napoli di emulare quanto aveva fatto il re di Francia, Luigi XV,  affidando analogo compito al pittore Claude Joseph Vernet, nel 1753). Al rientro a Napoli dopo un viaggio durato tre mesi il pittore si mise a lavorare su tele di grandi dimensioni dipingendo nell’ordine i porti di Taranto, di Brindisi, Gallipoli, Manfredonia (nell’immagine), Barletta, Bisceglie, Monopoli, Trani e Otranto. L’ultima tela fu eseguita nel 1892 ; laserie venne completata più avanti con vedute dei porti della Sicilia, della Calabria e della Campania per complessivi diciassette dipinti.La collezione trova posto nella Pinacoteca della Reggia di Caserta. Tecnicamente, Hackert era un ‘vedutista’, era cioè un fedele riproduttore di paesaggi. Il vedutismo, ovvero la riproduzione fedele di un paesaggio, visse la sua grande stagione tra il Settecento e la prima metà dell’Ottocento, prima di avviarsi al declino con l’avvento della fotografia. A dargli impulso fu l’invenzione della ‘camera ottica’ (guarda caso, l’antenato della macchina fotografica). Tale meccanismo consisteva in un piccolo parallelepipedo di legno una delle cui pareti presentava un foro. Al foro veniva applicata una lente regolabile. La luce così catturata poteva essere fatta ‘rimbalzare’ su uno specchio e quindi proiettata su un foglio di carta appeso a una parete. A questo punto l’artista, con una matita, ricalcava ogni contorno dell’immagine sino a ricavare una ‘copia’ perfetta dell’immagine quanto a proporzioni e fughe prospettiche. In un secondo momento lo schizzo veniva riportato su tela e di lì prendeva vita il quadro.

Italo Interesse

 

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