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Quando Taranto era felice, il film mancato

Gira in questi giorni su you tube un filmato amatoriale dei primi anni sessanta che testimonia gli ultimi giorni della Taranto post bellica – pre industriale. Pastori  conducono un gregge lungo una piana vasta e stepposa fino ad un pozzo. Uno dei due uomini  cava a forza di braccia secchiate e ne riempie un rudimentale abbeveratoio intorno a cui s’affollano gli ovini. Dopo, lo sguardo della camera si sposta verso il vicino Jonio, questo sfondo quieto su cui s’adagia un cielo sereno solcato da nuvoloni bianchissimi. Come comparsa dal nulla, ecco una locomotiva accompagnata dal solo tender che stantuffa sulla strada ferrata a pochi metri dalla battigia. La mediocre qualità dell’immagine (molto sgranata) conferisce al tutto l’impressione di un sogno bellissimo. La meravigliosa sensazione onirica dura ancora un attimo, il tempo di ammirare una forestella di piante centenarie, poi, quasi una svolta a gomito, spuntano mezzi pesanti, uomini che calzano caschetti protettivi vicini nel disegno e nel colore a elmetti militari. La memoria della spaventosa notte di Taranto, quando tra l’11 e il 12 novembre del 1940 aerosiluranti inglesi misero al tappeto la nostra flotta, riemerge prepotente. Ma questa volta obiettivo della furia devastatrice non sono navi da battaglia, bensì erba innocente, ulivi senza peccato, masserie storiche ree soltanto di esistere. I bulldozer sono come carri armati, le cariche di dinamite impiegate per accelerare il lavoro fanno piazza pulita proprio come bombe d’aereo, argini fatti di cumuli di macerie somigliano a trincee… Infine, rudimentali schiacciasassi che dalla lunga ciminiera sputano un fumo nero, passano sul campo di battaglia livellando ogni asperità, vincendo ogni residua resistenza, cancellando ricordi, riscrivendo la Storia tra bugie di nuovo conio. Sono i primi anni sessanta, la miseria è finita, sta arrivando l’industria pesante, migliaia di posti di lavoro! Che è successo? A Taranto è arrivata l’Italsider, che poi un giorno cambierà nome (non la sostanza delle cose). A una quarantina d’anni di distanza da quei giorni fatali, a Taranto – dove l’Ilva si avvia alla chiusura e più per ragioni economiche che non ambientali – ci si interroga se era poi il caso di stravolgere una città, il suo ambiente, il suo popolo. In cambio di cosa Taranto ha barattato la sua quieta operosità? Adesso è avvelenata due volte, dalla diossina e dalle menzogne su quarant’anni di inquinamento. Ma strillano i chiacchieroni che senza il loro colosso industriale i Tarantini sarebbero rimasti poveri. E se fossero rimasti felici? 

 

Italo Interesse

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