Cultura e Spettacoli

Quaroni fece il possibile, ma…

Il 28 marzo 1911, a Roma, nasceva Ludovico Quaroni, urbanista e architetto tra i più celebri del suo tempo (nel 1956 ottenne il Premio Olivetti per l’urbanistica). Come urbanista il suo nome è legato a opere tipo il quartiere INA-Casa del Tiburtino e del Casilino  a Roma, e il Complesso Polifunzionale Cosimini di Grosseto. Quaroni avrebbe dovuto lasciare il segno anche a Bari. Era il 1965 quando l’architetto-urbanista romano veniva incaricato di redigere il nuovo Piano Regolatore del capoluogo pugliese. Furono necessari dieci anni perché quel Piano venisse approvato. Ma divenne solo parzialmente operativo. Messo in pratica con ritardi non casuali e al prezzo di omissioni e integrazioni maliziose, il progetto di Quaroni fu in gran parte disatteso. Una cosa che deluse l’urbanista, senza però sorprenderlo. Una volta Quaroni ebbe a dire che “In Italia redigere un Piano Urbanistico equivale di fatto a mettere nelle mani degli speculatori un efficacissimo strumento di guadagno”. E’ così ancora oggi, con Amministratori tecnicamente impreparati che, quando non anche disonesti, divengono facilmente preda – se non ostaggio – di un’imprenditoria senza scrupoli, cinica, abile nello sfruttare a proprio vantaggio le lacune e le ambiguità di una normativa urbanistica incompleta, mai al passo coi tempi, inutilmente complicata, e contraddittoria. E’ andata a finire che nel 2001, a più di quarant’anni dall’approvazione di quello pianificato da Quaroni, Bari ha dovuto adottare un nuovo piano, il PUG, un Piano Urbanistico Generale volto a cambiare faccia del capoluogo decongestionando il centro, riqualificando le aree degradate e le periferie, potenziando le  stazioni ferroviaria, aerea e portuale… Avremo veramente una Bari a misura d’uomo, degna d’un’area metropolitana riconosciuta, Porta d’Oriente, scalo internazionale…? Sicuramente non verranno ripetuti gli errori di Quaroni, giurano i fautori di questo ambizioso progetto. Ma di cosa si accusa quell’urbanista? Gli rimproverano ancora oggi due cose : non essere riuscito a risolvere il nodo ferroviario e aver dato vita al ghetto del Quartiere San Paolo. Ma, relativamente al primo punto, Maroni – che si era visto respingere l’unica ragionevole proposta, ovvero quella di una stazione di testa all’interno dell’area portuale – non aveva potuto proporre in alternativa che l’interramento del tracciato ferroviario, idea destinata a incontrare lo sfavore dell’Autorità ferroviaria per ragioni squisitamente tecniche. Per cui la strada ferrata rimase dove è ancora e con la prospettiva di rimanervi a vita. Quando al secondo punto, il C.E.P. (Centro d’Edilizia Popolare, come prima si diceva) non fu un’invenzione di Quaroni, bensì l’eredità del precedente piano urbanistico, il Calza – Bini – Piacentini, a sua volta riflesso di un caposaldo della pianificazione urbanistica italiana del dopoguerra, che aveva un riferimento nelle città satellite sul modello anglosassone e scandinavo, un modello assai apprezzato dalla cultura insediativa dell’Istituto Autonomo Case Popolari, allora importante ente statale. A queste condizioni come impedire la nascita del futuro Quartiere San Paolo? Povero urbanista, quale esperienza fallimentare fu quella barese. Ludovico Maroni fece il possibile, ovvero il poco che gli concessero di fare. Non bastasse, andarono a sindacare anche a proposito di quel poco su cui gli avevano dato carta bianca… – Nell’immagine, una tavola preparatoria del Piano Quaroni.

Italo Interesse

 


Pubblicato il 28 Marzo 2018

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