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Qui che ci faccio? Sospira il monolito

Abituati come siamo, qui da noi, a vedere i menhir immersi nel verde degli uliveti, fa specie vederne uno che svetta in mezzo alle costruzioni di un centro abitato. Il menhir di Martano (vedi immagine) spicca ancora di più per via delle dimensioni ; con i suoi 4, 70 m. è il monolite più alto di Puglia. A voler umanizzare questi misteriosi manufatti, si potrebbe dare dello ‘smarrito’ a questo menhir. A vederlo stretto in quell’ aiuoletta delimitata da una bassa recinzione a catena, avvolto dalla più anonima architettura, non dà di gigante incredulo? Che è stato, che ci faccio qui?… sembra domandarsi nella sua fissità paziente. L’antropizzazione ha del triviale. Un megalite è al suo posto, avvolto dalla natura dall’alba dell’uomo, poi arriva la civiltà e in un lasso brevissimo di tempo quella rozza colonna di pietra si ritrova soffocata, purtroppo per sempre, dal cemento e dall’asfalto. Ciò malgrado, la stato di conservazione del monumento può dirsi buono (nella grande croce graffita sul lato nord e nell’incavo destinato ad accogliere immagini votive sul lato sud a circa un metro dal suolo si possono leggere  segni di ‘depaganizzazione’, dettati dall’urgenza avvertita dalla Chiesa di portare sotto il proprio controllo ogni culto primigenio legato alla terra e alla cultura contadina). Detto anche ‘di San Totaro’, ‘del Teofilo’ o ‘di Santa Lucia’, quello di Martano non sfugge alla leggenda di tutti i menhir, che vuol vedere in queste ‘pietrefitte’ il segnale di una grotta sottostante dove sarebbe custodito un favoloso tesoro. Per fortuna, nessuno ha osato fare scavi a Martano. Diversamente, quel monolito non sarebbe più al suo posto. Tale considerazione invita a riflettere su un fenomeno poco noto ; la sparizione dei menhir. Alla fine dell’Ottocento in Puglia il numero di questi monoliti era il doppio. Che fine ha fatto la metà sparita? La maggior parte di questi menhir è stata divelta, se non allo scopo di  cercare tesori, per offrire  spazio a coltivazioni, case e strade. E una volta divelti e scampati alla brutalità dei bulldozer, quale la loro sorte? A fare da insospettabili architravi a fabbricati rustici. Allo stesso modo sono scomparsi persino alcuni dolmen, ‘inglobati’ dentro case di campagna. Altri menhir, specie quelli situati nelle campagne più isolate, sono stati estirpati abusivamente e venduti a facoltosi committenti nella necessità di ornare un prato all’inglese, arricchire un laghetto artificiale, far risaltare un cespuglio fiorito, una pianta di fico d’india… Allo ‘smarrito’  menhir di Martano, in fondo, è andata bene. Un colosso come quello, privo di difese e situato in aperta campagna, non sarebbe durato a lungo in tempi come questi. A denti stretti bisogna riconoscere che ogni tanto l’antropizzazione qualcosa di buono l’arrangia.

Italo Interesse

 

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