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Red Land (Rosso Istria), il film sul dramma delle Foibe

Dopo le numerose polemiche relative al boicottaggio da parte di tanti multisala nazionali del film che racconta una delle pagine più raccapriccianti della nostra storia, è approdata finalmente a Bari la pellicola dedicata alla tragedia delle Foibe e al dramma vissuto da Norma Cossetto, giovane studentessa istriana trucidata barbaramente dai partigiani titini al termine della seconda guerra mondiale. Siamo nel settembre del 1943, nei giorni in cui nei territori italiani martoriati dalla guerra scoppia il caos: il maresciallo Badoglio, capo del governo italiano, chiede ed ottiene l’armistizio da parte degli anglo-americani e unitamente al Re fugge da Roma, lasciando l’Italia allo sbando. L’esercito non sa più chi è il nemico e chi l’alleato. Il dramma si trasforma in tragedia per i soldati abbandonati a se stessi nei teatri di guerra ma anche e soprattutto per le popolazioni civili Istriane, Fiumane, Giuliane e Dalmate, che si trovano ad affrontare un nuovo nemico: i partigiani di Tito che avanzano in quelle terre, spinti da una furia anti-italiana. In questo drammatico contesto storico, avrà risalto la figura di Norma, laureanda all’Università di Padova, violentata, torturata e morta di stenti dopo essere stata gettata viva nella foiba di Surani con la sola colpa di essere italiana. Il suo corpo martoriato venne ritrovato dai vigili del fuoco di Pola nel 1943. Il destino di Norma fu accomunato a quello di altri 350 mila italiani, di cui 7.000 gettati nelle foibe, colpiti dalla pulizia etnica titina, con il tacito assenso del governo “Alleato” che sapeva ciò che stava accadendo nel nord-est italiano ma non fece nulla per bloccare gli eccidi dei partigiani jugoslavi. Anche per “Red Land”, come già avvenuto per Simone Cristicchi con la sua opera teatrale “Magazzino 18” basata sulle vicende degli esuli istriani e il film di Antonello Bellucco “Il segreto d’Italia”, che narrava i fatti dell’eccidio di Codevigo da parte dei partigiani rossi della 28^ Brigata Garibaldi “Mario Godini” guidata dal comandante Arrigo Boldrini in arte “Bullok”, la macchina della censura e del boicottaggio da parte della sinistra non si è fatta attendere troppo. Il regista, Maximiliano Hernando Bruno, è stato subito etichettato come “fascista” e prescritto il solito diktat di non proiettare né tanto meno guardare la pellicola. Insomma l’accusa è sempre la stessa: revisionismo. Come se la ricerca per la verità storica non fosse altro che una continua revisione della storiografia ufficiale. Una revisione contro la quale sempre si leva la voce del negazionismo ideologico. L’appello della sinistra è stato accolto da molti cinema del nord ma anche del sud d’Italia che hanno deciso di non inserire “Red Land” nel palinsesto. Anche al sud non è semplice trovarlo in programmazione nei multisala e questo ha scatenato le polemiche e le proteste delle associazioni, a cominciare da quella del “Comitato 10 febbraio” e dei cittadini che a gran voce chiedevano di poter vedere il film. Bari, da questo punto di vista, conosce bene le vicende legate a quel tragico periodo storico perché fu tra le prime città italiane ad accogliere i profughi istriani, giuliani e dalmati ai quali, negli anni ’50, consegnò il “Villaggio Trieste” un complesso di palazzine che oggi costituisce, a livello nazionale, l’unico quartiere ancora esistente abitato interamente da profughi e figli di profughi. L’appello, fortunatamente accolto dal cinema “Ciaky” di Bari che ha messo in programmazione “Red Land” per una settimana (fino a domani 5 dicembre) con spettacolo unico alle 20.40, è un segnale di vicinanza soprattutto verso questi nostri concittadini, nei quali la memoria di quanto accaduto è ancora una ferita aperta e mai rimarginata. Un film duro ma in qualche modo necessario perché quando vengono strumentalizzate è come se le vittime venissero uccise due volte. Lo stesso accade quando vengono ignorate e condannate all’indifferenza. Un’occasione più unica che rara, quindi, per approfondire una pagina della storia ‘non scritta’ di questo Paese, una memoria che stenta ancora a divenire patrimonio comune. Il regista M. H. Bruno, dalle pagine del Secolo d’Italia, si difende dalle accuse: “Sono stanco che mi si chieda per quale motivo ho girato questo film – dichiara – e sembra che per raccontare questa storia serva un motivo. La vera domanda dovrebbe essere perché finora nessuno lo aveva fatto. Il cinema è un mezzo potentissimo, deve dar voce a queste grida di morte e gridare insieme a loro. Fare questo film  non è stata una scelta, ma un dovere”. Ora la risposta spetta al pubblico ma nelle città dove finora il film è stato proiettato si è già registrato il tutto esaurito.

Maria Giovanna Depalma

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