Reperti romani nelle acque di Palese
Nel suo ‘Gli ori di Taranto nell’età ellenistica’ del prof. Ettore Maria De Juliis si accenna a un piccolo tesoro

Sei anni fa tra il generale cordoglio si spegneva il prof. Ettore Maria De Juliis, studioso insigne e ordinario di Archeologia classica presso la facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Bari. Autore di una sterminata bibliografia sull’archeologia pugliese, De Juliis nel 1984 pubblicò ‘Gli ori di Taranto nell’età ellenistica’. L’opera presenta un’interessante digressione sui ‘campi di anfore frammentarie’, che costituiscono sei dei ben 108 siti archeologi subacquei censiti lungo le coste pugliesi. Per ‘campi di anfore frammentarie’ si intendono isolati concentramenti di anfore di era romana in conseguenza di naufragi di navi ‘onerarie’. –
Le navi romane ‘onerarie’ erano navi da carico particolarmente duttili. Grandi a sufficienza per affrontare l’alto mare, esse trovavano rifugio anche nei porti più piccoli a ragione del modesto pescaggio, mai superiore ai tre metri. Notevole anche la capacità di trasporto: caricavano merce fino a 150 tonnellate. Nel caso il carico per le sue caratteristiche non si prestasse ad essere stivato, veniva adagiato sul ponte, che a questo punto dobbiamo immaginare oltremodo resistente; a movimentare carichi così impegnativi, a destinazione come all’atto dell’imbarco, provvedeva un sistema presente a bordo di argani, paranchi e verricelli. –
Nel caso dei campi di anfore frammentarie i reperti si presentano ridotti a cocci, a poca distanza dalla costa e a profondità variabile tra i cinque e i quindici metri. Cinque di questi campi di anfore frammentarie si raccolgono nel basso Adriatico pugliese, dove in passato frequenti erano i naufragi a ragione dell’improvviso ingrossarsi del mare, fenomeno assai frequente nel Canale d’Otranto, dove lo scontro dei venti balcanici con quelli che vengono dal nord Africa dà spesso vita a insidiosissime trombe marine.
Il sesto ‘campo’ è a un paio di miglia nautiche dal capoluogo. De Juliis indica sulla “spiaggia di Palese”, ad una profondità di cinque/sei metri, la presenza di un campo di anfore frammentarie formato da cumuli di cocci disposti lungo una linea orientata in direzione est-ovest ed estesa per una ventina di metri. I reperti si presentano saldati al fondo roccioso. Altri avanzi di anfore si presentano sparpagliati nel raggio di centocinquanta metri. Tutto ciò, conclude lo studioso pugliese, suggerisce l’esistenza di un relitto, benché non siano visibili un’ancora o tracce di scafo. Tale assenza si spiega in due modi :
Essendo passati non meno di sedici, diciassette secoli da quegli affondamenti era fatale che in così prolungata immersione i rottami dell’imbarcazione finissero con decomporsi, mentre l’azione corrosiva dal sale nulla poteva contro cose che la rotondità difendeva dalla pressione e dal moto ondoso. Ma dove esattamente questo campo di anfore si colloca ? De Juliis parla di ‘spiaggia di Palese’. L’ indicazione, troppo generica per uno studioso di quella portata, appare volutamente tale. E’ possibile che De Juliis abbia inteso restare sul vago per scoraggiare possibili predatori. In effetti un ‘campo’ a cento metri dal bagnasciuga e ad una profondità alla portata di chiunque sappia scendere in apnea è tentazione troppo forte.
Italo Interesse
Pubblicato il 16 Aprile 2026



