Cultura e Spettacoli

Rosa non perdonò il “gesto osceno”

Nel 1986 l’Ecole Française de Rome dava alle stampe uno studio di Patricia McCorry avente per oggetto “Il problema dell’onore attraverso le fonti criminali in Terra di Bari nel periodo post-unitario (1860-1900)”. L’indagine prende in considerazione una decina di casi, tutti segnati da fatti di sangue legati alla sfera della morale sessuale e per lo più seguiti da morte. Uno dei più funestamente sapidi è quello che nel 1887, a Noicattaro, vide una giovane popolana, tale Rosa Campobasso uccidere con due coltellate un bracciante coetaneo, Filippo Nummolo. Il fattaccio aveva luogo il 23 luglio, giorno della processione della Madonna del Carmine. L’antefatto : Da lungo tempo i due, che non erano sposati, si frequentavano. In quali termini? Nel relativo fascicolo processuale ora la Campobasso per bocca dei compaesani gode fama di “giovane onestissima e d’illibati costumi”, ora no, visto che il Procuratore Generale del Re annota quanto segue ; ”Per ben sei anni si mantenne in volontaria tresca scandalosa con Nummolo”. Ad ogni modo, la sostanza delle cose è questa : Il Nummolo preferiva fare il moroso piuttosto che… lo sposo, malgrado le ripetute insistenze di lei perché quel lungo fidanzamento avesse il suo epilogo sull’altare. Poi il colpo di scena : Filippo si fidanza con un’altra, che subito sposa. Per Rosa è un colpo mortale. Cinque mesi dopo quel matrimonio, durante i festeggiamenti della Patrona, lei è affacciata alla finestra. A un tratto tra la folla che passeggia riconosce lui. Lo chiama a gran voce? Stando all’accusa egli dal basso le rivolge “un gesto osceno”. Rosa perde la testa, corre in cucina, afferra un coltellaccio, scende, fruga tra la folla, individua Filippo, lo segue, la raggiunge nel bar dove egli è entrato e gli assesta due fendenti, l’ultimo dei quali è mortale… In sede processuale la difesa giocò tutto sul favore popolare. Nella memoria difensiva si legge : “Quel giorno del fatto di sangue la popolazione restò tranquilla, serena, non ebbe nessun orrore, né ribrezzo dell’omicidio, ‘che anzi acclamò ad essa (Rosa, n.d.r.) perché in quel fatto di sangue riconobbe una giusta espiazione e un atto di santa giustizia”. Questo diffuso stato d’animo venne confermato da un brigadiere dei carabinieri il quale depose che il giorno dell’omicidio, mentre traeva la Campobasso in arresto, “la gente uscendo dai balconi, dalle finestre e sulle strade l’applaudì come se avesse compiuto un’azione buona”. Rosa se la cavò con pochissimo. Assolta dall’imputazione di omicidio volontario, venne imputata di delitto preterintenzionale giustificato da “gravissimi motivi d’onore”. Condannata a pochi mesi, venne liberata alla lettura della sentenza avendo già trascorso in carcere un tempo pari a quello della pena. – Nell’immagine, un fotogramma di ‘Divorzio all’italiana’, di Pietro Germi, 1961.

 

Italo Interesse

 

 


Pubblicato il 20 Settembre 2018

Articoli Correlati

Pulsante per tornare all'inizio