Cultura e Spettacoli

Santi ‘buoni’, Santi così così, Santi mosci…

I filiconisti sono praticanti della filiconia. Malgrado queste assonanze un po’ ambigue non stiamo parlando di nulla di sconveniente, anzi. Filiconia è neologismo recentissimo (2006), coniato per indicare l’hobby di collezionare santini ; deriva dall’unione di due termini greci, filos (amante) ed eicon (immagine). La passione per le immaginette sacre è piuttosto recente, risale infatti ai primi anni settanta, proprio il periodo in cui la qualità tipografica di queste espressioni di devozione popolare ha cominciato a decadere. I santini hanno origine remota. Già verso la fine del Cinquecento incisori-editori producevano piccole immagini sacre, incise su legno o a bulino su leghe di rame. Il grande successo arrivò verso la fine del Seicento ad opera dei Gesuiti i quali vedendo nel santino un potente mezzo di diffusione e di consolidamento del cristianesimo ne favorirono la diffusione, previo ‘Imprimatur’. La produzione prese allora a diversificarsi. Si cominciò a vedere santini ridondanti di  decori, con immagini ‘a inclusione’ oppure a rilievo, apribili a pagellina o ‘a teatrino’  e santini realizzati col canivet, una sorta di temperino che consentiva di traforare il cartoncino come fosse un pizzo lasciando al centro lo spazio per inserire un putto. Il filiconista è altrettanto serio che un filatelico. Prende nulla con le mani, usa pinzette, adopera classificatori ad hoc, seleziona i pezzi a seconda che il supporto sia pergamena o cartoncino, che la miniatura sia dipinta a mano o sia frutto d’acquaforte o litografia. E ancora seleziona a seconda del tema (mariano o meno), delle dimensioni, della ditta produttrice, dell’anno di emissione… Dopo il 1989, per un breve periodo si sono visti in giro santini in plastica dello stesso formato delle carte di credito. Giudicati da tutti triviali, non hanno avuto seguito. Inutile dire che adesso quei pezzi, per quanto volgari, sono ricercatissimi. In generale il filiconista preferisce il santino tradizionale. E’ questa la tipologia che più viene scambiata in Rete o sulle bancarelle dei mercatini. A chi voglia sciacquarsi gli occhi consigliamo di mettersi in contatto col Museo Del Santino a Sommacampagna in provincia di Verona ; la collezione Stefano Fasoli è di quelle che non si dimenticano. Chi invece volesse saperne di più sulle immaginette sacre, può utilmente documentarsi su numerosi testi specialistici che si possono ordinare per posta elettronica. Il mercato del santino è florido anche a Bari. Ma quale disordine. I santini sono presentati sì dentro classificatori (benché una volta li abbiamo visti alla rinfusa dentro una scatola per scarpe), ma senza alcun criterio. Chi vende non è assolutamente in grado di distinguere, di consigliare, di illustrare. Nei negozietti o sulle bancarelle si vende con le stesse modalità, un tanto cadauno ; naturalmente sono previsti sconti per stock di tre, cinque, dieci pezzi. Questa vaghezza d’offerta torna a vantaggio dell’acquirente che sappia il fatto suo. Mimetizzato in mezzo a cento pezzi di comune valore può nascondersi il santino raro. Chi faccia il colpaccio sa Chi ringraziare.

Italo Interesse

 

 


Pubblicato il 22 Luglio 2014

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