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Sbagli e fatica, nessuna leggenda

In tempi di calcio sempre meno improntato all’etica dello sport, fa piacere ricordare che il 17 giugno 1970, quarantacinque anni fa, allo stadio Azteca di Città del Messico, scendevano in campo Germania e Italia per disputarsi l’accesso alla finale di Coppa del Mondo. Una partita passata alla storia come ‘la partita del secolo’ ; così  ricorda un targa commemorativa posta all’esterno dello stadio messicano. Un giudizio da ridimensionare. Gli iniziali 90’ erano stati affatto spettacolari con la solita Italietta raccolta nella propria metà campo a difesa del gol di Boninsegna siglato in apertura dopo soli otto minuti. Ma i tedeschi, combattenti di razza, insistendo sin oltre il tempo regolamentare avevano trovato il pareggio col più negato goleador, l’arcigno difensore Karl Schnellinger (allora in forza al Milan). Se i tempi supplementari sono entrati nella memoria collettiva lo si deve unicamente alla girandola di errori difensivi determinati soprattutto dalla stanchezza (si giocava a 2400 m. s.l.m.) che diedero vita a 30’ straordinariamente densi di emozioni. L’unico a sfatare quel mito fu Gianni Brera, che parlò di calcio “confuso e scadente” (pur riconoscendo che quell’evento fu “sotto l’aspetto agonistico e quindi anche sentimentale, una vera squisitezza”). Una partita segnata dagli sbagli, la maggior parte dei quali non fu commessa dai perdenti. Ancora Brera :  “I tedeschi meritano l’onore delle armi. Hanno sbagliato meno di noi… noi ne abbiamo commesse più di Ravetta, famoso scavezzacollo lombardo (una punta degli anni trenta quaranta che vestì la divisa di Novara, Seregno e Pavia – n.d.r.). Ci è andata bene”. Una partita che tra l’altro confermò l’improduttività della famosa staffetta Mazzola/Rivera. Strumenti di un assurdo tattico inventato dal c.t. Valcareggi per non scontentare spogliatoio e opinione pubblica, i due campioni divennero nella tagliente prosa del Maestro i due “dioscuri” del calcio italiano, con colto riferimento a Castore e Polluce, gli eroici gemelli che Zeus ebbe da Leda (è il caso di ricordare che lo stesso Brera, qualche anno prima aveva definito Mazzola e Rivera – con Bulgarelli e De Sisti – gli “abatini” del calcio italiano per via del fisico esile e l’inettitudine ai contrasti). Una partita alla cui assenza di spettacolo contribuì il fatto che l’infortunato Franz Beckenbauer, l’insostituibile asso tedesco, dovette scendere in campo con un braccio attaccato al collo stringendo i denti sino al termine dei supplementari. A ciò la stampa tedesca attribuì il successo azzurro, senza tener conto che per 120’, cavallerescamente, nessuno dei nostri contrastò Beckenbaure il quale, di fatto libero da marcature, potette ugualmente distribuire palloni a destra e a sinistra. Ma erano altri tempi. Il calcio era ancora sostenibilmente sporco.

Italo Interesse

 

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