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Scavare e abbandonare

La scogliera di Capitolo (e ciò vale anche per altri tratti di costa compresi tra Polignano e Mola) è segnata qua e là da ‘tagli’ di una regolarità sconosciuta a madre natura. Ebbene, lì si cavava il tufo. Ma perché cavare questo calcare poroso proprio in riva al mare, e con tutti gli inconvenienti delle burrasche, quando anche l’entroterra è ricco di giacimenti di questo tipo? Perché in questo modo si veniva ad abbattere una delle spese principali: l’eliminazione della vegetazione e del terreno superficiale. Il lavoro veniva eseguito a mano, e con modalità rimaste invariate sino al XX secolo. Armati dello ‘zocco’, un particolare tipo di piccone, i cavamonti aprivano nella roccia un solco sottile e profondo una trentina di centimetri. Dopo, a intervalli regolari, con l’impiego della mannara (strumento simile ma più grande dello zocco) all’interno dello stesso solco venivano praticate le ‘finte’, incisioni più larghe al cui interno si inserivano pali di ferro o cunei. Facendo leva su questi era possibile ottenere il distacco dei blocchi desiderati. Benché rudimentale, la tecnica consentiva tagli pressoché ‘chirurgici’, il che ha conferito alle cave abbandonate un aspetto spesso molto singolare. Si pensi a le ‘Tagghiate’, le antiche cave di tufo alle porte di San Giorgio Ionico nel tarantino. Questi corridoi silenziosi, dalle pareti altissime e levigate, qua e là intervallati da colonne tufacee che si levano verso il cielo sormontate da un breve, naturale giardino pensile sprigionano un’atmosfera irresistibile. Altre volte va diversamente: All’interno del Parco Regionale dell’Ofanto si aprono le dismesse Cave di San Samuele di Cafiero. Quelle cave cominciarono a funzionare agli inizi dell’Ottocento quando Luigi Cafiero, un possidente di origini nobiliari, decise d’investire nell’attività estrattiva dieci ettari di terreno di cui era proprietario in contrada San Samuele, a duecento metri dal corso dell’Ofanto e 3,5 chilometri da San Ferdinando. L’investimento si rivelò vincente quanto a qualità del prodotto estratto: il Gran Marrone di San Ferdinando, pregiato marmo locale di cui si adornano molte dimore signorili del circondario. Quando negli anni sessanta l’attività estrattiva s’interruppe per sempre, quei dieci ettari vennero abbandonati a se stessi. L’abbandono produsse nel tempo un massiccio fenomeno di rinaturalizzazione. Il risultato è oggi una piccola area forestale di grande valore strategico – trattandosi dell’unica oasi verde all’interno di un territorio fortemente antropizzato – che funge da richiamo per numerose specie di animali, uccelli in modo speciale, già attratti dalla vicinanza dell’Ofanto.

Italo Interesse

 

 

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