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Sei Regioni del Sud, tra cui la Puglia, protestano per la riduzione dei Feasr

Cinque Regioni del Sud, Basilicata, Calabria, Campania, Puglia e Sicilia, cui si è aggiunta l’Umbria protestano contro “la revisione dei criteri di ripartizione, con lo stravolgimento dei parametri della storicità della spesa, dei fondi europei per le politiche dello sviluppo” che in Agricoltura, a loro dire, sta mettendo il neo-ministro del governo Draghi di detto dicastero, Stefano Patuanelli del M5S. Infatti, le sei Regioni innanzi citate sono “impegnate a sostenere le ragioni di un passaggio graduale che non intacchi le finalità proprie del Feasr (Fondo europeo agricolo per lo sviluppo rurale)”. Ossia, “colmare il divario tra le aree più ricche ed evolute e quelle più povere e marginali”. “Per mesi – hanno osservano gli assessori all’Agricoltura del gruppo delle 6 Regioni – abbiamo tentato di ricercare un punto di equilibrio per garantire il raggiungimento di un accordo realmente unanime ed equo, scevro da penalizzazioni per zone del Paese che non sopporterebbero il peso di nuove discriminazioni che, in parole povere, si tradurrebbero in scippi di risorse essenziali”. “Però, – rilevano ancora i sei titolari della delega all’Agricoltura delle predette Regioni – ci siamo trovati di fronte ad un muro di gomma che è diventato ancor più respingente dopo la presa di posizione del Ministero dell’Agricoltura che, sovvertendo la logica e le indicazioni di matrice europea, ha deciso sostanzialmente di cancellare principi elementari quanto essenziali, con scelte che non lasciano emergere alcun elemento di analisi globale della totalità dei fondi Pac (ndr- Politica agricola comunitaria) – I e II pilastro – destinati ai territori, non tenendo conto che il Regolamento Ue 2020/2220 ha prorogato per il 2021 ed il 2022 non solo i programmi di sviluppo rurale, ma anche l’attuale regime dei pagamenti del I pilastro della Pac”. Per poi, gli assessori di Basilicata, Calabria, Campania, Puglia, Sicilia e Umbria, rilanciare: “Siamo pronti anche a ragionare su nuovi meccanismi a partire dal 2023”, sottolineando: “non accettiamo colpi di mano tesi a cancellare la fase transitoria del biennio 2021-2022, che condurrebbe ad una forte penalizzazione per regioni svantaggiate che, paradossalmente, sarebbero private proprio dei fondi destinati a garantire il riequilibrio strutturale, a tutto vantaggio di zone già di per se’ meglio attrezzate”. Della questione, però, se ne riparlerà domani, giovedì 6 maggio a Roma, nel corso di una conferenza stampa alla quale saranno presenti gli assessori all’Agricoltura delle 6 Regioni interessate. Con le nuove ipotesi di ripartizione il biennio 2021-2022, dei fondi Feasr, varate dal Ministero delle politiche agricole, alimentari e forestali guidato da Patuanelli, alla Regione Puglia spetterebbero molti meno fondi rispetto al passato e, insieme con la nostra Regione, tutto il Mezzogiorno sarebbe penalizzato da questa nuova ripartizione delle risorse destinate alo sviluppo rurale. Ma è davvero paradossale che a livello romano per quanto riguarda la ripartizione alle Regioni del fondo sanitario nazionale si vorrebbe procedere ancora con un’ulteriore proroga del criterio della spesa storica, mentre per quando riguarda il Feasr un analogo criterio lo si vuole da subito rivedere. E ciò a danno dell’Agricoltura delle Regioni del Mezzogiorno, dove il comparto è già in crescente difficoltà non soltanto a causa della pandemia in atto. Infatti, in Puglia la pandemia non ha fermato l’invasione di olio straniero, i cui quantitativi nella nostra regione – secondo quanto afferma “Coldiretti Puglia”, sulla base dei dati di ‘Frantoio Italia’ dell’Ispettorato Centrale repressioni frodi (ICQRF) del Ministero delle Politiche agricole sulle giacenze di olio Ue in Puglia – sono nell’ultimo anno in crescita del 5%. Per cui anche nella regione più olivetata d’Italia, la Puglia per l’appunto, – secondo dette stime – le bottiglie di olio d’oliva straniero su scaffali di supermercati, negozi e discount, con allarme sulla qualità del prodotto portato in tavola dagli consumatori, avrebbero superato le 900mila unità. “In pratica – ha spiegato Coldiretti Puglia – si fa pagare di più ai consumatori un prodotto che invece può valere fino alla metà del prezzo indicato, visto che ha una qualità inferiore in un momento storico in cui i consumi delle famiglie pugliesi di olio d’oliva sono in crescita del +9,5% (secondo l’Osservatorio Immagino) sull’onda del successo della dieta mediterranea proclamata patrimonio culturale dell’umanità dall’Unesco”. Perciò,iIn attesa che vengano strette le maglie larghe della legislazione per non cadere nella trappola del mercato per approfittare dell’ottima annata Made in Italy, il suggerimento di Coldiretti Puglia è quello di guardare sempre con più attenzione le etichette e acquistare extravergini a denominazione di origine Dop e Igp. Ossia quelli in cui è esplicitamente indicato che sono stati ottenuti al 100% da olive italiane. Oppure di acquistare direttamente dai produttori olivicoli, nei frantoi o nei mercati di Campagna Amica. Infatti, ha rilevato Coldiretti Puglia, un olio d’oliva per essere etichettato e venduto come extravergine deve rispettare i parametri chimico-fisici previsti dalla normativa e superare la prova del panel test, obbligatoria per legge dal 1991 e condotta da assaggiatori esperti e allenati, senza presentare difetti organolettici, poiché l’attribuzione anche di una sola nota negativa dagli assaggiatori accreditati ne decreta il declassamento, ad esempio, dalla categoria “extravergine” a quella inferiore di “vergine”. In Italia – ha ricordato inoltre Coldiretti Puglia – 9 famiglie su 10 consumano olio extravergine d’oliva tutti i giorni e c’è una crescente attenzione verso il prodotto di qualità che ha favorito la nascita di corsi e iniziative varie atte a favore la riconoscibilità del prodotto di qualità. Da non dimenticare, infatti, che il nostro Paese è il primo consumatore mondiale di olio di oliva con una media negli ultimi 5 anni di 504 milioni di chili, seguita dalla Spagna con 483 milioni di chili e dagli Stati Uniti con ben 320 milioni di chili. A sostenere gli incrementi di domanda di olio d’oliva extravergine a livello mondiale sono certamente gli effetti positivi sulla salute associati al consumo di tale prodotto, comprovati da numerosi studi scientifici che hanno fatto impennare le richieste di olio extravergine di oliva soprattutto nelle fasce di popolazione che nel mondo sono particolarmente attente alla qualità della propria alimentazione. Ciò che però resta inspiegabile per i produttori olivicoli nazionale e pugliesi in particolare è il perché, a fronte di un increscendo esponenziale della domanda di olio d’oliva di qualità sia a livello interno che internazionale, l’extra vergine d’oliva pugliese resta praticamente fermo con prezzi che talvolta non ripagano neppure interamente i fattori produttivi. Ma questo è tutta un’altra problematica il cui discorso è lungo e complesso. Un “discorso” da cui verosimilmente non sono del tutto estranee con le responsabilità anche le organizzazioni di categoria, che – come è noto – da decenni protestano, propongono, ma poi forse affrontano in modo efficace la relativa problematica.

 

Giuseppe Palella

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