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“Sono una documentarista”

“Sono una documentarista. Chi fa documentari è assai più libero del regista di film di finzione…  Il documentario è il modo più libero di fare cinema e non solo dal punto di vista produttivo” Così Cecilia Mangini in un’intervista. La regista pugliese (era nata a Mola di Bari il 31 luglio del 1927) si è spenta a Roma la settimana scorsa all’età di 93 anni. Una documentarista, dunque, la prima in Italia. Si occupò di boom economico e di periferie degradate, della condizione femminile e del neofascismo, del comunismo in Italia e delle classi lavoratrici svantaggiate. Dedicò attenzione anche all’arcaismo nel Mezzogiorno. Appartiene a questo filone ‘Stendalì – suonano ancora’ (1960), un corto di undici minuti, girato a Martano, vicino Lecce e che ha per oggetto le ultime préfiche di Puglia.Nell’antica Roma, in occasione di cerimonie funebri, donne della plebe venivano ingaggiate perché intonassero canti di elogio del defunto accompagnati da plateali grida di dolore, pianti e gesti di disperazione come battersi il petto, graffiarsi il viso o strapparsi ciocche di capelli (spesso queste donne – tendenzialmente isteriche – si presentavano senza essere state chiamate ; nessuno le respingeva e nessuno negava loro un compenso a cerimonia finita). La tradizione delle prèfiche è sopravvissuta nel Mezzogiorno d’Italia e nelle isole. Preziosa in tal senso una testimonianza di Grazia Deledda tratta da ‘Canne al vento’ : “Alcune donne continuavano ad ululare mentre le prèfiche di mestiere ricevevano già il compenso: una misura di frumento e una libbra di formaggio”.Questo primordiale costume di enfatizzare il dolore è sopravvissuto in Puglia fino alle soglie degli anni sessanta. Nei paesi della Grecìa salentina (Martano su tutti) le ‘chiangimuerti’ o ‘rèpute’ erano famose per il fatto di cantare nenie di origine greca. Nonostante alcuni limiti, ‘Stendalì’ resta documento prezioso, sopratutto per lo spazio riservato al testo delle lamentazione che, tradotto con enfasi magno-greca da Pasolini, viene affidato alla vibrante interpretazione – fuori campo – di Lilla Brignone. ‘Stendalì’ segna di fatto l’esordio della Mangini, all’epoca trentasettenne e con una breve esperienza alle spalle : Col marito, Lino del Fra, e in collaborazione con Pier Paolo Pasolini, si era già misurata col documentario occupandosi delle periferie cittadine e del controllo sociale esercitato dal Potere sulle classi subalterne. Sono di quel periodo ‘Ignoti alla città’ (1958) e ‘La conta delle marane’ (1960), ispirato a ‘Ragazzi di vita’ di Pasolini. Coerentemente con questa inclinazione, la regista pugliese ha successivamente affrontato il tema dei diritti negati (‘Essere donne’, 1965), della fabbrica (‘Brindisi 66’), della sessualità e dell’aborto (‘Comizi d’amore’). A questi film hanno fatto seguito ‘All’armi siam fascisti’ (1962), ‘Stalin’ (1963) e ‘Domani vincerò’ (1969). Con quest’ultima pellicola comincia un lunghissimo silenzio che verrà spezzato solo nel 2012, quando la Mangini, dopo essersi recata a Taranto per raccontare e sostenere la mobilitazione popolare contro l’Ilva, realizza il documentario ‘In viaggio con Cecilia’.

 

Italo Interesse

 

 

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