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Spunta anche una lettera di d’Annunzio nell’archivio di Pasquale La Rotella

Non tutti lo ricorderanno. Per poco più di un anno – esattamente dal 12 settembre del 1919 al 29 dicembre del ‘20  – Gabriele d’Annunzio fu il governatore di un piccolo Stato, formato essenzialmente da Fiume, città contesa da Italia e Jugoslavia. La prima guerra mondiale era ormai finita da un pezzo e Fiume, da 400 anni sotto il dominio dell’impero austroungarico ma culturalmente a grande maggioranza italiana, era richiesta con insistenza dal governo di Roma. Le trattative, lunghe ed estenuanti, non si sbloccavano a causa dei veti francese e americano. Una situazione di stallo che ad un certo punto indusse d’Annunzio a prendere una decisione estrema e radicale: occupare la città in vista della sospirata annessione all’Italia.
 Considerato il poeta più prestigioso, intellettuale raffinato – e sempre pieno di debiti! – a differenza degli altri “Vati” (Carducci, Foscolo, Alfieri), Gabriele d’Annunzio non si limitava a raccontare le gesta dell’eroismo italico, ma vi partecipava attivamente, in quell’unione tra vita e letteratura, che era il presupposto del suo iter esistenziale. In tale concezione, Fiume assurse al ruolo di sua ultima opera d’arte. La città fu anche il palcoscenico da cui d’Annunzio sperimentò la “nuova politica”, fondata sul bello e sull’estetica. Sempre a Fiume, inoltre, mise in piedi uno Stato con tanto di Costituzione, in cui elementi autoritari convivevano con moderne istanze di libertà. In tale contesto s’inserisce una lettera del Vate al musicista bitontino Pasquale La Rotella, lettera rinvenuta tra i cimeli dell’autore di “Ivan”, “Fasma” e di altre opere liriche che saranno in passerella, domenica 2 dicembre, in una mostra-revival  a Palazzo Fizzarotti, a Bari, organizzata dal giovane artista Ruggiero Buttaro in un’ala dell’aristocratica magione. Ecco il testo della missiva,  datata 20 febbraio 1920,  in cui “il lanciere bianco” invita il destinatario a comporre “un tempo di marcia da sostituire alla marcia reale”:    “Caro Maestro, il nostro Comando Le porta un saluto fiumano. Il Comandante e i Legionari non disperano di sistemarsi qui con un sonoro alalà. Noi abbiamo bisogno di segnali fiumani per fanfara e di un tempo di marcia da sostituire alla vecchia ‘marcia reale’ per le cerimonie militari. Possiamo chiederLe questo dono? Volevo venire per il Boris a Udine una di queste sere; ma come? Con un “autoblindo”? il Suo Gabriele d’Annunzio”.
   Città-simbolo, Fiume era un delirio di trasgressione e fantasia, una dissacrazione del vecchio modo borghese e liberale di fare politica, nella quale tutte le barriere – dalla politica ai costumi sessuali, dalla religione all’arte – venivano demolite in nome di una nuova creatività su cui costruire il futuro.  Non sappiamo quale sia stata la risposta di Pasquale La Rotella e nemmeno se ci sia stato un “sì” o un “no” alle istanze del Vate. Possiamo solo dire con certezza che l’”Imaginifico” venne allontanato dalla “città di vita” proprio dalle cannonate italiane, in quanto Giolitti, con il Trattato di Rapallo, promosse  Fiume a “città autonoma”.  Ma più tardi, Mussolini riuscì a dare concretezza al sogno del Vate, annettendo la “città contesa” all’Italia. Per l’occasione, d’Annunzio ebbe un contentino che forse ne risollevò il morale: per volere del capo del fascismo, ebbe il titolo di “Principe di Montenevoso”. Montenevoso? Sì, era questo il nome del monte che si erge a nord di Fiume.

Vinicio Coppola

 

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