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Sud, il nemico è in casa

Avantieri, nell’atrio del Municipio di Gioia, organizzato dall’Associazione Rete Sud, si è tenuto un convegno che 150 anni fa sarebbe stato impensabile. L’evento infatti aveva come tema il Sergente Romano visto “tra storia e verità”. Per chi non lo sapesse, Pasquale Domenico Romano, un gioiese che a lungo aveva vestito la divisa di sottoufficiale dell’esercito borbonico, divenne all’indomani dell’Unità d’Italia uno dei più fieri nemici dei Savoia e del loro regime. Come tale e col soprannome de Il Sergente lottò sanguinosamente contro le forze del neonato Regno fino a cadere in combattimento nel bosco di Vallata, nell’agro di Gioia del Colle, il 5 gennaio 1863. A lungo bollato come feroce capobanda alla testa di una ciurma di briganti, il Romano – dopo che per primo Antonio Lucarelli provò a leggerne la figura da altra prospettiva inquadrandola nel suo contesto storico – è al presente oggetto di tutt’altra considerazione ; di qui l’importanza per chi pensa in controtendenza di celebrare un ben diverso Centocinquantenario (prima del convegno, nella mattinata dello stesso giorno, nel  Bosco Vallata, davanti al cippo eretto nel luogo dove si ritiene siano caduti il ‘Comandante’ Romano e una ventina di ‘Soldati Liberatori’, gli stessi pensatori in controtendenza si erano raccolti per una messa all’aperto tenuta da Don Luciano Rotolo, seguita dalla deposizione di una corona di alloro). Nel tardo pomeriggio, curiosi, studiosi e militanti si sono raccolti nella sede comunale a confrontarsi sulla ‘modernità’ del Sergente Romano (è un fatto che il Meridione sia rimasto nella necessità di scrollarsi di dosso un giogo, che sia ancora asservito agli interessi di una classe politico-imprenditoriale più che mai proiettata a nord). Ad ascoltare le parole dei relatori (Valentino Romano, Cesare Linzalone, Chiara Curione, Mario Guagnano e Ulderico Nisticò) erano rappresentanti di numerose Associazioni : Periodico Il Brigante, Comitati Due Sicilie, Associazione  de Mollot,  Fronte della Liberazione della Napolitania, Istituto Ricerca Storica Due Sicilie, Movimento Noiborbonici, Parlamento Due Sicilie, Ass. La settimana del Brigante. Se abbiamo riportato per intero l’elenco non è  tanto per dovere di cronaca quanto per sottolineare in che misura si presenta polverizzato e vago questo sentimento di ‘rinascita’ a Mezzogiorno. Un sentimento che si può immaginare come un arcipelago di realtà in contrasto e talora contraddittorie, un coacervo di iniziative, ciascuna gelosa dell’altra, in bilico tra aspirazioni nobili e calcolo. Più di qualcuno si è domandato se questo informe ‘movimento’ riuscirà a partorire qualcosa di utile alla causa di un Meridione da acciuffare per i capelli prima che sia troppo tardi. Il problema è che per produrre qualcosa di utile serve innanzitutto ‘compattezza’, che a Sud resta la merce più rara. E’ dai giorni dei Bizantini, dei Longobardi, degli Arabi, dei Normanni, degli Svevi, degli Angioini e degli Aragonesi che questa nostra terra manifesta una rovinosa latitanza d’identità. Diffidenti, divisi e faziosi, da sempre noi meridionali abbiamo il nemico in casa e invece di stanarlo andiamo a cercarlo fuori le mura di casa. Diversamente, per tornare all’oggetto del convegno, i poveri Mille non sarebbero neanche sbarcati a Marsala. E la confusa Guerra di Liberazione condotta dai vari Crocco e Romano? L’ennesima occasione per tradirsi, per vendersi e fare il doppio gioco. Un tessuto sociale ‘integro’, per esempio, sarebbe bastato alla sopravvivenza del Sergente. Serve insomma un tessuto sociale nuovo, un tessuto però che non è possibile trapiantare su due piedi e con bei discorsetti. Certe cose hanno bisogno del loro tempo. Perché si sedimenti una consapevolezza nuova che sdradichi un senso d’inferiorità inculcato ad arte possono servire anche quaranta, cinquant’anni. Tutto poi sta a vedere se il Sud può concedersi il lusso di pazientare mezzo secolo mentre continua a franare. Le alte Istituzioni non sono d’aiuto. In occasione del 150enario alcuna voce ufficiale ha parlato di Soldati Liberatori o anche di semplici briganti. Si invoca a gran voce l’opportunità di ricomporre la frattura tra Repubblichini e Partigiani e si continua a tacere, a snobbare, a minimizzare una pagina di storia da cui sono dipese imprese coloniali, dittature, guerre di liberazione, prime e seconde Repubbliche. Rotoliamo verso il baratro senza che più nessuno ci spinga. Ci spingiamo da soli. Secondo tradizione, finiremo in pasto ai Cinesi o ad altri padroni globali. Sarà l’ultimo colpo di spugna con cui azzerare una memoria già ridotta ai decimali. L’ultimo autogol di un popolo tra i più esposti  per collocazione geografica ai capricci della Storia.

Italo Interesse

 

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