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Tasse da capogiro per gli atenei di Bari e Lecce

Anche quest’anno l’Unione degli Universitari (Udu) ha prodotto un “dossier” contenente un’inchiesta sulla tassazione universitaria, partendo direttamente dai dati forniti dalla Ragioneria dello Stato per la contribuzione studentesca. Lo hanno chiamato “Sulle nostre spalle”, visto che in dieci anni, a fronte dei tagli al finanziamento pubblico degli atenei, i bilanci delle Università si sono retti sempre più attingendo alle tasche degli studenti e delle loro famiglie. E andiamo immediatamente a dati, cifre e numeri reali. Nelle sole università statali il gettito complessivo della contribuzione a livello nazionale è passato da circa 1 miliardo e 200 milioni a 1 miliardo e 600 milioni: 400 milioni in più, spillati agli studenti per “coprire” la progressiva diminuzione dei finanziamenti statali per le università. Il risultato? Intere fasce di popolazione escluse dall’Università. La contribuzione studentesca, a conti fatti, oggi è pari al 22 per cento del finanziamento statale ricevuto tramite Ffo, il fondo di finanziamento ordinario, mentre per legge non dovrebbe superare il 20 per cento. In effetti lo storico dei dati sulla contribuzione studentesca a partire dal 2005 evidenzia un aumento costante della tassa media che negli anni ci ha portato ad essere il paese con la terza tassazione studentesca più alta in Europa. Nel 2005 la tassa media era a livello nazionale era di 775 euro, dieci anni dopo lo studente paga 1250 euro circa. Il dato, se diviso in aree geografiche sottolinea come il Sud abbia subito i maggiori aumenti percentuali con un +90%, mentre il Centro (+56%) e il Nord (+43%) totalizzavano variazioni molto consistenti anche se partivano da una tassazione media già più alta. Al Sud alcuni picchi sono davvero impressionanti: in Puglia i dati degli atenei fanno spavento: Lecce +207,5%, Bari +172%. In Campania un po’ meglio, Benevento +180%, Seconda Università di Napoli +176%. Niente male in Calabria, con Reggio Calabria +150%. Come siamo arrivati a questo? Già a prima vista i dati ci dicono che gli interventi di Tremonti nel 2008, della Gelmini nel 2010, di Monti nel 2012 e il nuovo ISEE nel 2015 hanno dato la spinta, e in alcuni casi costretto le Università ad aumentare le tasse. La causa principale infatti sono i tagli al sistema universitario e il conseguente sottofinanziamento che ha lasciato le nostre università in rosso. A contribuire all’impennata si sono aggiunti poi la liberalizzazione delle tasse universitarie del 2012 ad opera del governo “tecnico” e la riforma dell’ISEE che, a parità di condizione economica, ha improvvisamente considerato gli studenti più ricchi di quello che erano l’anno precedente, facendo loro perdere la borsa di studio e aumentando il contributo richiesto. La soluzione è quindi stata recuperare i fondi dalle tasche degli studenti che ormai reggono sulle loro spalle i bilanci degli atenei: dal 2005 il gettito complessivo proveniente dalla contribuzione studentesca è aumentato di 400 milioni. Ora bisognerà vedere gli effetti della no tax area introdotta nella scorsa legge di bilancio. Una misura sicuramente necessaria, ma la copertura prevista dal 2018 in poi (105 milioni) è solo un quarto del citato aumento del gettito complessivo proveniente dalle tasche degli studenti e delle famiglie. Il sistema, che ha già espulso una grossa fascia di studenti delle fasce meno abbienti della popolazione e che ha prodotto il proliferare di numeri chiusi, necessita chiaramente di un investimento corposo per abbattere la contribuzione, con la finalità di renderla nel breve periodo ancor più progressiva e porre una soglia massima. Le Università devono essere finanziate adeguatamente in modo da potersi rendere autonome dalla tassazione studentesca. L’obiettivo della gratuità dell’università non è un’utopia, ma la necessità di un Paese che vuole rimettere al centro il proprio sistema l’istruzione e permettere a tutti di continuare gli studi.

 

Antonio De Luigi

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