Cultura e Spettacoli

Titani contro la dura Madre

Quando saremo liberi? E’ dura stare sotto lo schiaffo di qualcuno, grande o grandissimo che sia. Il dolore del mondo è nell’insofferenza del morso che  imbavaglia, dei finimenti che umiliano, del basto che strema. Bisogna partorire con dolore, sudare per nutrirsi, far vecchi prima di chiudere gli occhi. E’ dura la legge di Madre Natura. Una ‘dura madre’ sovrintende al nostro quotidiano. E ‘Duramadre’ Riccardo Spagnulo intitola il personale J’Accuse all’insensatezza del creato. Messo in scena da Fibre parallele per la regia di Licia Lanera, ‘Duramadre’ ha lasciato il segno sulla platea del Kismet qualche giorno fa. In un non-luogo segnato da un polveroso candore artico si muove una megera che schiavizza un popolo di maschi. Una figura torva, rancorosa, arcaica, ‘mediterranea’ nel sentire, il che, per via dei toni grezzi, ne smorza il carisma. Questa rappresentazione femminile della divinità brilla quanto è nelle possibilità di una taverniera, una padrona da negozietto, una vaiassa arruffapopolo (che forza Licia Lanera). Più che ad un arbitro dei destini umani, la  ‘dura madre’ disegnata da Lanera (che firma anche la bellissima scena) fa pensare a quelle stregacce partorite dalla penna di Andersen o dei Grimm. Esemplare da questo punto di vista è la gelosia verso l’unica figlia, ovviamente vietatissima al micro popolo maschile. Guai a chi la tocca, è il primo comandamento di un improbabile paradiso terrestre. Si sa come vanno a finire certe cose. Intanto la Padrona Celeste rifiata dopo le fatiche della creazione ; appollaiata sul suo Olimpo (un tavolo da lavoro alto quanto un trespolo) lavora alla macchina da cucito nell’idea di vestire un’umanità ancora nuda. Ma è di ben altro che i maschi hanno bisogno. Smarrita presto la pazienza, i giovani Titani insorgono. Puntuale si scatena l’ira funesta della Titolare del mondo nella volgarità di lampi e tuoni. Ma la vittoria non le porta bene. Insomma, tanta l’agitazione della guerra, la Creatrice ha un calo d’immortalità, sicché un coccolone la stende. Sollecito ed ipocrita il gregge mortale si affretta a coprire di fiori le sue spoglie (una delle scene più belle). E adesso che Dio è morto? La realtà è un guardarsi sgomenti di bambini allo sbando. E invece questi sono uomini, solo un po’ acerbi, come denunciano abiti appena imbastiti, ipotesi d’eleganza che attende sviluppi. Chi saprà completare il lavoro di rifinitura? L’umanità si faccia sarta di sé stessa. Mica facile. Sul dubbio circa questa capacità artigianale scende il buio. Accanto ad una potente Licia Lanera, i non meno comunicativi Mino Decataldo, Marialuisa Longo, Simone Scibilia e Riccardo Spagnulo (voce narrante : Rossana Marangelli).
italointeresse@alice.it


Pubblicato il 24 Novembre 2011

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