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Tra antichitá e proiezioni, una mostra ci racconta cosa eravamo

Per gli antichi Greci vi erano diversi modi di indicare il tempo, con il termine kairos si indicava il momento giusto o propizio, quell’attimo dal valore eterno attraverso il quale comprendiamo qualcosa di speciale a cui siamo profondamente legati. Quindi, cosa resta nella terra quando il tempo ha setacciato la vita? Restano i frammenti, le macerie. Se l’antico sopravvive attraverso le rovine, che sono l’opera d’arte della natura, è attraverso i reperti, che l’archeologia, forse, rappresenta questo momento supremo, il kairos dell’immortalità. Ed è questo il senso di una bellissima mostra ‘Antichi Popoli di Puglia. L’archeologia racconta’, presentata in anteprima alla stampa lunedì 21 Novembre: “Una raccolta straordinaria questa, di un patrimonio sommerso, che stiamo provando a valorizzare. Molti di questi reperti archeologici erano in deposito, ma grazie all’aiuto di uno staff estremamente competente, siamo riusciti a trasformare il tutto in una visione moderna. Abbiamo cercato di vedere come le antiche genti di Puglia, diverse tra loro per abitudini, costumi e riti funerari, si fossero trasformate per raggiungere quel mondo globalizzato. Popoli che non avrebbero conosciuto la modernità, fino al contatto con il mondo romano. Due aspetti ci permettono di riconoscere le culture antiche: i riti funerari e le ceramiche. Lo stile particolare ci fa capire l’appartenenza ad alcuni gruppi, ci fa comprendere come, ad esempio, la Daunia antica confini in realtà con la Basilicata, questo è il motivo per cui in questa mostra abbiamo enfatizzato la presenza di elementi del corredo funerario, perché ci permettono di definire l’appartenenza a un particolare Popolo. Tutte queste variegate culture, a differenza di quella greca, hanno lasciato pochissime tracce di sé. Solo grazie all’archeologia noi possiamo oltrepassare gli spazi transgenerazionali di chi ci ha preceduto, per intessere quella rete di significato profondo che giunge fino ai giorni nostri.” Commenta il Direttore Generale Musei, Prof. Massimo Osanna, curatore del progetto insieme a Luca Mercuri. Oltre seicento i reperti esposti, molti distribuiti lungo un asse temporale che va dal XIII secolo avanti Cristo, fino all’epoca dell’imperatore Augusto. La  mostra visitabile dal 5 Dicembre al 31 Marzo 2023, è stata prodotta dal Ministero della Cultura e dalla Direzione Generale Musei e offrirà al pubblico anche un allestimento scenografico tra video, installazioni e opere provenienti dai musei della Direzione Regionale Musei Puglia, ma anche della Direzione Regionale Musei Basilicata, dal Museo Archeologico Nazionale di Taranto, da musei civici e regionali, e dai depositi delle Soprintendenze, consentendo in questo modo anche a reperti solitamente non esposti di mostrare al pubblico la loro bellezza. L’installazione Chronos è realizzata nella sala Bona Sforza del castello, e raccorda due sezioni della mostra, raccontando la ciclicità degli eventi di vita guerra, morte e rinascita di un tempo caratterizzato da conflitti, conquiste e nuovi assetti, che si fondono con i precedenti. Le immagini dei resti archeologici di Egnazia si snodano su tre tappeti realizzati in cicciopesto, le battaglie sono evocate da giovani lottatori in allenamento che emulano gli Dei e diventano modello per le realizzazioni artistiche dei vasi funebri. Il rituale funebre contiene in sé la nuova vita, simboleggiata dal frutto del melograno, a voler  testimoniare alcuni segni di riconoscimento di un territorio che, senza soluzione di continuità, da millenni ricorda il valore e la forza delle proprie origini. Un progetto ambizioso e, per molti aspetti, un recupero di valori inestimabili, resta però forse l’amarezza di un qualcosa di poco riuscito a livello pratico. L’intento di coinvolgere il pubblico su più livelli in maniera non banale, per quanto riguarda le proiezioni. Attendiamo fiduciosi che quel processo necessario di sintesi e di equilibrio tra istanze complesse e differenti possa finalmente compiersi. Di sicuro passi da gigante sono stati fatti.

Rossella Cea

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