Tra forma e destino: ecce Brahms
Orchestra e Coro del Teatro Petruzzelli diretti da Vincenzo Milletarì, con Louise Alder e Markus Werba protagonisti della serata

Questa sera alle 20.30, l’Orchestra e Coro del Teatro Petruzzelli, diretti da Vincenzo Milletarì, affrontano un programma interamente dedicato a Johannes Brahms, accostando lo Schicksalslied op. 54 all’Ein deutsches Requiem op. 45. Più che un semplice abbinamento, si tratta di un percorso coerente dentro una delle ossessioni centrali del compositore: il tentativo di dare forma musicale a un pensiero sul destino umano senza cedere né alla retorica né a una consolazione immediata. Il Canto del destino rappresenta, in scala concentrata, un nodo irrisolto. Brahms parte dalla poesia di Hölderlin, ma presto se ne emancipa: la frattura tra la condizione luminosa degli dèi e quella dolorosa degli uomini è resa con evidenza quasi teatrale, soprattutto nella brusca trasformazione del materiale musicale nella sezione centrale.
Qui la scrittura corale e orchestrale si fa più inquieta, attraversata da tensioni ritmiche che sembrano tradurre in suono l’immagine hölderliniana della caduta incessante. E tuttavia, nel finale, Brahms introduce una soluzione che appartiene esclusivamente alla logica musicale: il ritorno alla calma iniziale. Non è una riconciliazione pienamente convincente, quanto piuttosto un gesto di equilibrio formale, che lascia intravedere una distanza tra intenzione poetica e necessità architettonica. Nel Requiem tedesco questa ambiguità si espande fino a diventare principio costruttivo.
Brahms rinuncia al latino liturgico e seleziona liberamente testi biblici nella traduzione di Lutero, delineando un orizzonte spirituale che evita ogni dogmatismo. Non si tratta di una messa per i defunti, ma di una meditazione sulla condizione dei vivi, sulla precarietà dell’esistenza e sulla possibilità di una consolazione interamente umana. In questo senso, l’idea (più volte evocata dallo stesso autore) di un “Requiem umano” appare meno una provocazione che una chiave di lettura essenziale. La struttura in sette movimenti rivela una concezione rigorosamente simmetrica, in cui il primo e l’ultimo brano si rispecchiano nel comune messaggio di beatitudine, mentre al centro si collocano episodi di forte impatto drammatico.
Il secondo movimento, con il suo andamento di marcia lenta, sviluppa un senso quasi ossessivo della caducità, subito contrastato da episodi corali di maggiore semplicità; il sesto, invece, costruisce una visione del giudizio priva di teatralità, ma non per questo meno incisiva. In entrambi i casi, Brahms evita l’effetto spettacolare, preferendo una tensione trattenuta, interna alla materia musicale. Colpisce, in generale, la qualità della scrittura orchestrale: scura, compatta, spesso priva di brillantezza superficiale, come già nell’incipit senza violini, dove il suono sembra emergere lentamente da una zona d’ombra.
È una scelta timbrica che contribuisce a definire il carattere dell’opera, lontano da ogni trionfalismo. Allo stesso tempo, il coro è impiegato con una consapevolezza tecnica che guarda alla tradizione bachiana, ma senza intenti archeologici: il contrappunto diventa qui uno strumento espressivo, non un esercizio di stile. Gli interventi solistici si inseriscono in questo equilibrio con discrezione. Il soprano Louise Alder, nel quinto movimento, introduce una dimensione più intima, quasi domestica, spesso letta in relazione al lutto personale del compositore; il baritono Markus Werba interviene invece nei momenti di maggiore densità riflessiva, con un ruolo che tende più alla meditazione che all’affermazione.
Nel loro insieme, le due pagine restituiscono l’immagine di un Brahms poco incline alle certezze e distante da ogni forma di religiosità consolatoria. Se una risposta viene suggerita, essa resta implicita, affidata alla coerenza interna della costruzione musicale più che a un messaggio dichiarato. Alla fine, resta la sensazione di un lavoro che, pur nella sua solennità, invita l’ascoltatore a un confronto con il senso della vita e della morte, senza fornire risposte, ma aprendo uno spazio di riflessione che è insieme estetico e umano.
Rossella Cea
Pubblicato il 31 Marzo 2026



