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Tre considerazioni di Quagliariello sulla riforma Renzi per le banche popolari

La riforma delle banche popolari varata nel gennaio del 2015 dall’allora governo Renzi, ossia quella in base alla quale anche la Banca Popolare di Bari avrebbe dovuto trasformarsi da  cooperativa di credito e risparmio in società per azioni (trasformazione, però, non ancora avvenuta), alla luce delle notizie diffuse ultimamente da una nota testata giornalistica nazionale, in merito alla circolazione di informazioni dettagliate prima del varo del decreto di riforma delle banche popolari, ha indotto il senatore di centrodestra Gaetano Quagliariello, leader del movimento politico “Idea”, ad intervenire con una nota in cui dichiara che l’intera vicenda ora spiegherebbe molte cose nei presunti rapporti tra il segretario del Pd, Matteo Renzi, ed alcune “lobby” economico-finanziarie. Ma ancor più interessante è la considerazione di Quagliariello sul fatto che la riforma delle banche popolari, dopo talune rivelazioni sui tempi della riforma anticipate dall’allora premier Renzi all’imprenditore Carlo De Benedetti, anche talune coincidenze su Bari sarebbero più chiare. Infatti, ha commentato nella nota Quagliariello: “La prima considerazione  riguarda la rilevanza degli interessi economici che si nascondevano dietro l’operazione compiuta sulle banche popolari”. Una  seconda considerazione, per il leader di Idea,  riguarda invece  “il giudizio evidente che si può trarre sull’affidabilità di una classe politica che è stata in questi ultimi anni al governo del Paese e sulla sua terzietà nei confronti degli interessi economici, perché al di là del fatto che qualcuno abbia cercato di approfittarne, sul piano dell’accountability politica è grave che certe informazioni siano state dettagliatamente divulgate”. “La terza considerazione – sempre di Quagliariello – è che questa vicenda aiuta a chiarire le ragioni dell’attenzione ‘speciale’ di Renzi nei confronti delle banche popolari e contribuisce a spiegare le dichiarazioni di impazienza del segretario del Pd rispetto all’avvio della Commissione parlamentare d’inchiesta sulle banche, dalla quale Renzi, preconizzando misteriose ‘scosse’, disse di aspettarsi rivelazioni sulle popolari e in particolare sulla Popolare di Bari, nei confronti della quale l’attenzione ‘speciale’ si è in effetti concretizzata con coincidenze a dir poco sospette che intrecciano altre vicende bancarie ben note alle cronache”. Tutto ciò premesso – ha osservato inoltre Quagliariello – se ne può trarre una considerazione finale. Vale a dire, se la classe politica di cui sopra, pur avendo nell’armadio scheletri come quelli rivelati ultimamente dai giornali, ha pensato di poter condurre una campagna elettorale incentrata sulla Commissione d’inchiesta sulle banche, è evidente che questa classe politica ha contato sull’assoluta inettitudine dei suoi avversari e delle opposizioni, sbagliando clamorosamente i conti. Quindi, ha poi ironicamente concluso Quagliariello, “un leader (ndr – Renzi) che al dunque non è capace neppure di valutare i propri interessi politici, figuriamoci come può pensare di fare gli interessi del Paese”. Ma per meglio comprendere i rilievi e le considerazione del senatore di centrodestra figlio dello scomparso ex rettore dell’Università degli studi di Bari, Ernesto Quagliariello, riepiloghiamo sinteticamente la richiamata vicenda delle rivelazioni di Renzi a De Benedetti, allora presidente del Gruppo Espresso (che edita Repubblica), e le implicazioni che dette informazioni possono aver prodotto sul mercato finanziario interno. Il 16 gennaio 2015, l’ingegnere De Benedetti chiamò il suo broker Gianluca Bolengo, per invitarlo a comprare azioni di banche popolari, dopo avergli spiegato di aver saputo che a breve il governo avrebbe varato la riforma del settore. Ed a riferirglielo – a detta di De Benedetti – sarebbe stato il premier Renzi in persona, il giorno prima. La clamorosa circostanza è contenuta nella richiesta di archiviazione della Procura di Roma nei confronti di Bolengo, amministratore delegato di Intermonte Spa, indagato per ostacolo alla vigilanza, e consegnata recentemente alla Commissione parlamentare d’inchiesta sulle banche. Il 20 gennaio 2015, il governo Renzi – come è noto – approvò la riforma delle banche popolari, prevedendo che le prime 10 banche popolari per mole di capitale sociale si dovevano quotare in Borsa e trasformarsi in Spa entro il 31 dicembre del 2016, abbandonando pertanto il voto capitario (una testa un voto a prescindere dal numero di azioni) che le rendeva non scalabili. Quindi, in tal modo, un pezzo significativo del credito italiano viene consegnato al mercato, acquisendo valore da un giorno all’altro. La settimana prima del decreto, elaborato da Bankitalia, i titoli di alcune popolari già quotate hanno strani rialzi (Etruria sale del 65%). Qualcuno ha saputo prima e ha comprato grazie a informazioni privilegiate? Forse. Ma questo in materia penale si chiama”insider trading” ed è un reato grave. Invece, per quanto riguarda la Banca Popolare di Bari, questa è la decima per importanza a livello nazionale e, quindi, sarebbe anche l’ultima dell’elenco ad essere interessata dalla riforma Renzi del gennaio 2015. Al momento, però, la trasformazione non sarebbe ancora avvenuta, in quanto ci sono alcuni punti di detta riforma che sono finiti all’attenzione della Corte Costituzionale e si è in attesa che i nodi vengano sciolti. Per altri aspetti, invece, l’Istituto di credito barese è finito sotto la lente di ingrandimento della magistratura a seguito delle pesanti perdite subite negli ultimi anni e della conseguente caduta verticale di valore, oltre che della mancata capacità di liquidazione delle quote azionarie ai soci che intendono recedere da tale rapporto. Ma questa è tutta un’altra storia che sicuramente non c’entra affatto né con le valutazioni del senatore Quagliariello e né, soprattutto, con la vicenda Renzi-De Benedetti.

 

Giuseppe Palella

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