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Un bandito, nessun ‘brigante’

A Cassano visse nell’Ottocento tale Vituccio Servodio, un galeotto pluriomicida, nonché reo di altri crimini odiosi, che perse la vita in uno scontro a fuoco con le forze dell’ordine. Quando di parla di costui gli si dà del brigante. Ma fu costui davvero un ‘brigante’? Sino alla prima metà dell’Ottocento il termine in questione era adoperato per segnalare quei malfattori i quali, essendosi dati alla macchia, agivano lontano dai centri abitati, assalendo masserie indifese, derubando viandanti o vetture di posta. Ma dopo l’Unità d’Italia, con la rivolta dei contadini del Mezzogiorno che presero le armi contro l’invasore piemontese, lo stesso termine venne nobilitato e di fatto equiparato a quello di ‘insorto’. Alla fine del cosiddetto brigantaggio politico, l’avvento della ferrovia, il miglioramento delle comunicazioni stradali e la diffusione del telegrafo migliorarono il controllo del territorio. Ciò mise fine alla figura del brigante inteso come malfattore ‘da strada’. Gli sopravvisse la figura del malfattore ‘da centro abitato’, un tipo di fuorilegge che nella parziale verginità di boschi e campagne poteva solo trovare rifugio, mai un alternativo ‘ambiente di lavoro’. Vituccio Servodio, classe 1857, non fu un brigante, bensì un ‘criminale’. Era costui un paretaio, ovvero un operaio specializzato nell’elevazione dei muretti a secco. Ma presto il pane guadagnato onestamente dovette venirgli ad noia, visto che cominciò a macchiarsi di reati (furti ed estorsioni). Nel 1878 venne accusato di aver ucciso un altro cassanese, Raffaele D’Ambrosio, per ragioni d’interesse. Processato, fu assolto per insufficienza di prove (ma dopo il verdetto prese a vantarsi d’essere l’autore di quel delitto). Nel 1885 però venne condannato a 25 anni di lavori forzati, poi ridotti in appello a 15 anni e otto mesi di sorveglianza speciale per aver rapinato tale Domenico Capozzolo, del quale in un secondo momento sterminò il bestiame scannando di propria mano le bestie una ad una. Uscì dal Bagno penale nel 1898 senza aver placato l’istinto sanguinario, tant’è che il 16 maggio 1900, ancora a Cassano, uccise a sangue freddo il cugino Tommaso Ciccarone, per odio verso lo zio materno. Dopo di che si diede alla latitanza. Qualcuno lo proteggeva, altri cercavano di mettere i Carabinieri sulle sue tracce. Per questo motivo, nell’agosto 1900, Servodio non si fece scrupolo di assassinare Antonio Petrone. Tanto non bastò ad allentare la morsa del cerchio che intorno a lui si stringeva. Neanche un mese dopo fu rintracciato nella masseria Pantalone, tra Cassano a Santeramo. All’intimazione d’arrendersi rispose esplodendo colpi d’arma da fuco. Ma il suo tentavo di spezzare l’accerchiamento e guadagnarsi una via di fuga non ebbe successo. Crivellato di pallottole, il bandito (e non il brigante) Vituccio Servodio moriva (e non ‘cadeva’) all’età di 42 anni.

 

Italo Interesse

 

 

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