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Un brutto ‘armadio’ e la strage di Matera

«Durante gli ultimi giorni di permanenza dei tedeschi in città, la popolazione materana, sempre più esasperata dalle distruzioni, dai saccheggi e dai soprusi compiuti dagli invasori che si preparavano alla ritirata, si rese protagonista di atti di eroismo e di martirio per contrastare la violenza perpetrata dagli occupanti, sia nel centro urbano che nelle campagne, che causò rastrellamenti e numerose vittime innocenti…” E’ quanto si legge nella motivazione nelle due medaglie (d’oro al valor militare e d’argento al valor civile) che ornano il gonfalone di Matera. Esse furono assegnate al capoluogo lucano in conseguenza della strage compiuta dai nazisti in ritirata il 21 settembre 1943. Dopo il proclama di Badoglio dell’8 settembre 1943 che annunciava l’entrata in vigore dell’armistizio di Cassibile, i fascisti avevano abbandonato il Palazzo della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale, temporaneamente occupato dai soldati tedeschi del primo battaglione della Prima Divisione Paracadutisti al comando del maggiore Wolf Werner Graf von der Schulenburg. Immediatamente prima di abbandonare la città i nazisti fecero saltare in aria il Palazzo della Milizia nel quale per effetto dei rastrellamenti dei giorni precedenti erano rinchiuse sedici persone: otto civili sospettati d’essere spie inglesi e otto militari accusati di diserzione e tradimento. Nell’esplosione morirono quindici di quegli innocenti, eccetto un soldato pugliese, Giuseppe Calderaro, classe 1922, nativo di San Donato, estratto dalle macerie il giorno seguente dai Vigili del Fuoco, gravemente ustionato ma ancora vivo. Nel corso dell’insurrezione di quella giornata persero la vita altri 11 cittadini. La ricostruzione dei fatti è avvenuta a distanza di 41 anni, poiché buona parte della documentazione relativa a quella strage è tornata alla luce in occasione della scoperta del cosiddetto ‘armadio della vergogna’. Tale espressione è stata usata per la prima volta dal cronista Franco Giustolisi in alcune inchieste per il settimanale l’Espresso. Essa si riferisce a un armadio, rinvenuto nel 1994 in un locale di palazzo Cesi-Gaddi in via degli Acquasparta a Roma, nel quale erano contenuti fascicoli d’inchiesta riguardanti il periodo della seconda guerra mondiale. Si trattava di 695 dossier e un Registro Generale riportante 2.274 notizie di reato, raccolte dalla Procura generale del Tribunale Supremo Militare, relative a crimini di guerra commessi sul territorio italiano durante la campagna d’Italia dai nazifascisti. Quanto a Schulenburg, lo spietato maggiore si rese protagonista due mesi dopo di un’altra strage, questa volta a Pietransieri, nell’aquilano (in località bosco di Limmari i tedeschi trucidarono 128 persone inermi, di cui 60 donne, 34 bambini e molti anziani, senza motivazioni documentate, per il semplice sospetto che la popolazione civile sostenesse i partigiani). Le autorità investigative militari inglesi nel corso del 1944 raccolsero prove contro Schulenburg accertando la sua responsabilità nei due eccidi. Per tali violazioni del codice penale militare di guerra, Schulenburg venne inserito in un elenco dei nazisti più pericolosi da rintracciare e processare. Ma l’ufficiale nazista sfuggì alla cattura, seppure morendo in battaglia in località Les Champes de Losque in Francia durante lo sbarco in Normandia.

 

Italo Interesse

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