Un concerto dedicato alle grandi intuizioni di Strauss e Stravinskij
Dirige l'orchestra Jhonatan Darlington: corno solista Emanuele Urso

Il valore profondo di un’opera consiste spesso nell’assumere il carattere di premonizione. Nel rappresentare le tensioni della società in cui nasce. Questo sembra essere il senso di un concerto che promette di configurarsi come un doveroso omaggio alle intuizioni di due grandissimi compositori.
In programma domani alle 20.30, al Petruzzelli, un nuovo appuntamento della “Stagione Sinfonica e Cameristica 2026” della Fondazione, con un concerto dell’Orchestra del Teatro, condotto dal maestro Jonathan Darlington, per quasi vent’anni Direttore musicale della Vancouver Opera, e dal 2022 Direttore principale dei Nürnberger Symphoniker, noto per il carisma e la comunicatività che rendono potenti le sue interpretazioni alla direzione, sia in ambito operistico, che sinfonico.
Corno solista sarà il pugliese Emanuele Urso. In programma di Richard Strauss Concerto n.1, in Mi bemolle maggiore, per corno e orchestra, op. 11 e Also sprach Zarathustra (Così parlò Zarathustra), poema sinfonico, op. 30. Successivamente di Igor Stravinskij Le sacre du Printemps (La sagra della Primavera), Quadri della Russia pagana in due parti (L’adorazione della Terra e Il sacrificio). In un mondo musicale come quello austro tedesco dell’epoca del primo concerto di Strauss, la contrapposizione fra vecchio e nuovo era percepita in maniera molto netta, ovvero, la vocazione classicistica di Brahms si opponeva alla scuola neo tedesca di Wagner e Liszt.
Il primo concerto venne definito da Jameux come «ad un tempo abile e maldestro, opera d’un maestro, che ammira Brahms, ma che vorrebbe far di più senza sapere esattamente cosa». Tuttavia il critico ne loda anche freschezza e vitalità. L’aspirazione alla nettezza di taglio classico si percepisce attraverso la spessa coltre della polifonia germanica, ma già architettura e purezza ne anticipano ciò che poi, in maniera più matura, verrà raggiunto nel secondo concerto. Il Concerto in mi bemolle, scritto da Richard a 18 anni, nacque come omaggio al padre del compositore.
La prima esecuzione avvenne, ancora in versione pianistica, nei primi mesi del 1883. Un’esecuzione completa poi nel marzo 1885. Friedrich Nietzsche aveva scritto Also sprach Zarathustra fra il 1883 e il 1885, il cosiddetto ” libro per tutti e per nessuno”. Espressione con la quale intendeva riferirsi a uno scritto filosofico chiaro nell’esposizione, privo quindi di un linguaggio tecnicistico per pochi eletti, ma nello stesso tempo dal tono mistico. Nel testo, il profeta Zarathustra decide di tornare nel mondo, dal quale si era ritirato in meditazione, e “tramonta” fra gli uomini a svelare la sua parola, in circa ottanta discorsi tenuti in tono lirico e visionario sugli argomenti più disparati. Also sprach Zarathustra è dunque la terzultima delle prime otto composizioni.
Non a caso è anche l’opera giudicata in termini più controversi dai commentatori: come punto d’arrivo di una fase “ascendente” della produzione sinfonica straussiana, o come prima manifestazione di una fase “discendente”. In ogni caso rappresenta una delle partiture più importanti e innovative dell’intero ciclo. Al di là della sua novità formale, la Sagra della Primavera di Stravinskij riesce a gettare una luce disincantata sulla sua epoca e a coglierne le tensioni sotterranee.
L’idea venne al suo autore nel 1910, come descrive nelle Chroniques: «Un giorno, in modo assolutamente inatteso, intravidi nell’immaginazione lo spettacolo di un grande rito sacro pagano: i vecchi saggi, seduti in cerchio, osservano la danza di morte di una vergine che essi stanno sacrificando per propiziarsi il Dio della primavera».
Dalle profondità dell’inconscio giunge a Stravinskij, in modo inaspettato e prepotente, l’immagine di un rito in cui si propizia la divinità col sacrificio umano. Una visione piuttosto trasgressiva rispetto al distillato universo musicale ottocentesco. In molti ambiti della società francese serpeggiava l’antica e primordiale energia dei riti primitivi e neopagani, che ben presto l’arte avrebbe sublimato.
A queste tendenze di fine Ottocento si sommano le influenze culturali del processo industriale, l’immagine e il ritmo delle grandi macchine, così come quella dirompente e incontrollabile dell’inconscio e delle sue sfumature distruttive, materia che la psicoanalisi andava approfondendo in quegli anni. L’ opera è il punto di incontro, dunque, di molteplici tendenze, attraverso le quali la cultura tradizionale europea andava sgretolandosi verso la modernità.
Rossella Cea
Pubblicato il 10 Febbraio 2026


