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Un gilet di pelo nobile, l’ultimo romanzo di Giulia Poli Disanto

I nostri connazionali all’estero sono arrivati alla quinta generazione. E’ perciò sempre più frequente il caso di persone nate al di là delle Alpi o dell’Atlantico che a un certo punto della loro vita avvertono come un richiamo ancestrale. Richiamo che suona più forte se arriva dal Mezzogiorno che non dalle brulle terre friulane o dalle lattiginose lande della Bassa. Si può resistere ad un richiamo che echeggia suadente come alle orecchie dei naviganti suonava il canto delle Sirene? Henry (protagonista dell’ultimo romanzo della nostra Giulia Poli Disanto), un ragazzo cresciuto tra i grattacieli della Grande Mela, non resiste. A diciotto anni, per la prima volta parte alla volta del Sud Italia, la ruvida, meravigliosa Murgia di Santeramo. L’impatto quasi violento con un realtà non accostabile e quella di provenienza farà di Henry un uomo, probabilmente migliore di quello che si sarebbe forgiato fra Central Park e Fifth Avenue. Con “La pelle del lupo” (Besa) l’autrice molese e naturalizzata santermana si è aggiudicato il ‘Giacomo Giulitto’, un premio che il Comune di Bitritto conferisce alle migliori opere per l’infanzia. “La pelle del lupo” è però opera a largo spettro, perciò indicata pure per un pubblico adulto. Pregio che viene da uno scrivere appassionato ma con misura, chiaro e scorrevole, affatto complesso, mai ovvio (peccato solo che il dire dei protagonisti non faccia sentite l’idioma murgiano o lo slang italo americano tipico di New York). Ad accogliere Errì (ma quale Henry) sono il nonno paterno, un pastore dall’animo sensibile, e Teresina, una procace “contadinotta”, una quasi-cugina. L’anziano e la giovane saranno le figure di riferimento di una (rie)educazione morale e sentimentale. Al giovane newyorkese si offre imperiosa una natura irripetibile, ancorché oltraggiata da poligoni, discariche e capannoni in luogo di colture storiche. Una natura assaporata coi sensi, percepita con quel rispetto cinematografico per le terre vergini violate tipico di certa cinematografia USA (espliciti i riferimenti a ‘Balla coi lupi’ e ‘L’uomo che sussurrava ai cavalli’). La Murgia, insomma, come il West prima del grande scippo a danno dei nativi. Paradiso nel quale spicca la figura del nonno. Ma quest’uomo insofferente del progresso, abbarbicato tenacemente a radicati valori autoctoni, ha niente dello sceriffo, del pioniere, del cow boy. C’è nella sua amarezza di vedere la terra dei padri violata dai segni della civiltà globale la stessa desolata impotenza dei capi pellerossa dinanzi all’invadenza triviale del wisky, delle Colt, dei Wichester. E come i condottieri Apache o Sioux conservarono anche nelle Riserve l’uso di calzare l’ornamento di penne, espressione di orgoglio e di rimpianto, così il nonno di Errì indossa sempre, estate o inverno, un gilet fatto con le proprie mani e ricavato dalla pelle di un lupo ucciso in gioventù. Oggi sulla Murgia non si vedono più i lupi, allo stesso modo in cui dalle immense praterie dell’entroterra nord americano sono scomparse quelle mandrie di bufali composte da centinaia di migliaia di esemplari. Ma un insolito gilet indosso ad un vecchio, come un’inconfondibile pelliccia stesa sul letto di un moderno discendente dei Dakota, sussurra che l’umanità ancora non è morta. Ciò dà coraggio.
Italo Interesse

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