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‘Un grande film, laico e sacro insieme’

La sua penultima pellicola, ‘Il villaggio di cartone’, Ermanno Olmi (nell’immagine) la girò interamente a Bari. Lo sanno in pochi. E ancora meno sono quelli al corrente del fatto che il film fu realizzato interamente in interni, benché allora come oggi il capoluogo pugliese non disponesse di studi di posa degni di una grande produzione. Ebbene, Luigi Musini, il produttore, adoperò il Palaflorio. Proprio così, il palasport di Japigia fece da set a un film. Sfruttando l’enorme cubatura del grande impianto di via Archimede, Giuseppe Pirrotta, lo scenografo, vi ricostruì gli unici due ambienti in cui si divide la storia : la chiesa e la casa del parroco. Ma perché proprio Bari e il Palaflorio ? La produzione individuò il Palaflorio unicamente perché la grande struttura di via Archimede, per quanto inaugurata poco prima dei Giochi del Mediterraneo del 1997,  era in quel momento chiusa per inagibilità dopo l’entrata in vigore di nuove disposizioni in materia di uscite di sicurezza e sistemi antincendi. Poiché il Comune di Bari era disposto a concedere l’utilizzo dell’impianto per una cifra irrisoria, Musini non si lasciò scappare l’occasione. La ricostruzione degli ambienti avvenne a tempo di record nell’inverno del 2009. E tre settimane bastarono per girare il film. La fretta nasceva dal fatto che la consegna dei lavori di messa a norma, avviati nel 2008, era fissata per il 2010. Il lavoro di Olmi dopo un lungo lavoro di montaggio uscì il 7 ottobre dell’anno dopo. ‘Il villaggio di cartone’ è la storia di una chiesa che, dichiarata inagibile per ragioni statiche, viene sconsacrata alla presenza del vecchio parroco. Il pover’uomo deve assistere alla spoliazione di tutto l’arredamento sacro. Nemmeno il grande crocifisso viene risparmiato. Incredulo, incapace di distaccarsi dal luogo dove per tanti anni ha esercitato il suo ministero, l’anziano prete si rintana in sacrestia. Nella stessa notte clandestini in fuga trovano rifugio nel tempio sconsacrato, dove finiscono con l’insediarsi. Da questo momento comincia per l’uomo la resurrezione di uno spirito nuovo della missione sacerdotale, così come dallo stesso momento inizia una seconda vita per l’edificio. Un luogo di desolazione si trasforma così in spazio di fratellanza e di accoglienza, un’autentica casa di Dio finalmente depurata di riti stanchi e ipocriti. Unanime il consenso della critica : ‘Un grande film, laico e sacro insieme’ (R. Escobar) ; ‘Un apologo non realistico ma necessario, intriso di cinema, molto teatro e un poco di tv’ (R. Nepoti) ; ‘Più anarchico che mai, Olmi ha radicalizzato il suo pensiero fino a estrarne un puro distillato. Dietro al suo firmatissimo film c’è il travaglio di un sofferto ripensamento approdato al riscatto di una rarefatta serenità, nella speranza che lo svalorizzato paesaggio umano possa riacquistare un significato’ ( M. Porro). Infine, per quale motivo Olmi volle intitolare così il suo film ? La risposta è contenuta in una dichiarazione dello stesso regista rilasciata nel corso di un’intervista : “Se non apriamo le nostre case, compresa la casa più intima, che è il nostro animo, siamo solo uomini di cartone”.

Italo Interesse

 

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