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Un ponte della rimembranza per Mandurino Weiss & Trento Dinoi

 

Far rivivere la Storia, e lasciare che siano i luoghi a raccontarla. Questa è una delle missioni del pugliese Fabrizio Bellomo, un artista curioso, egocentrico e di fama provocatoria. Una delle sue ultime provocazioni è indirizzata al Comune di Manduria, comune commissariato, al quale Bellomo chiede l’intitolazione di un ponte a Mandurino Weiss e Trento Dinoi. L’azione si inserisce nell’ambito di un progetto, intitolato C’è tempo per le nespole. Nuove narrazioni dalla Grande Guerra dell’Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione – ICCD del MiBact che ha coinvolto diversi artisti, tra cui Bellomo, per raccontare dal proprio punto di vista la Grande Guerra attivando differenti percorsi narrativi e di memoria collettiva. Il corpo dell’artista diventa parte della performance e si atteggia a palo della targa che ha portato in giro nelle calde giornate di agosto, davanti agli occhi curiosi e interdetti di turisti e passanti. I nomi incisi sulla targa toponomastica insieme raccontano un’affascinante vicenda, che risale al 1916 e parla di accoglienza, quella che la Puglia ha concesso ai profughi trentini della prima guerra mondiale.

Bellomo, come hai scoperto questa vicenda?

“A parlarne è Francesco Altamura in Dalle Dolomiti alle Murge, profughi trentini della Grande Guerra. Avevo letto qualcosa di suo e in vista del progetto commissionatomi, l’ho contattato per farmi spedire il suo libro e approfondire questa vicenda così periferica ma altrettanto vicina alla memoria di tutti. Mandurino e Trento sono nati lo stesso giorno, il primo, figlio di profughi e chiamato così in onore della cittadina che lo ha accolto, l’altro, figlio di abitanti del posto, in segno di solidarietà con il popolo trentino.”

Dove non arriva la burocrazia, arriva l’arte: è questo il messaggio della performance con cui Bellomo ha scelto di far diventare reale il ponte dell’accoglienza.

Quali sono state le prime reazioni dei passanti?

“Le solite. La gente si fermava, chiacchierava. Reazioni prevedibili insomma. Quando mi sono posizionato all’ingresso del fiume Chidro erano tutti rilassati, e quindi più interessati a saperne di più. In città, invece, qualche clacson non me l’ha tolto nessuno. Anche la berlina fa parte del gioco, è giusto che sia così.”

Che zone hai scelto di percorrere?

“I due cavalcavia presenti sulla circonvallazione esterna della cittadina e il ponte sul fiume Chidro, presente nella frazione di San Pietro in Bevagna. Sono gli unici tre ponti che ci sono. Quelli in periferia mi piacciono di più, nel loro stato di abbandono sono più romantici. Ma questo lo lascio al caso, l’importante è che questa storia diventi realtà. Il gesto atletico ormai l’ho fatto, la pennellata di poesia sulla realtà è stata già data.”

L’idea di una performance fisica come nasce? come volevi metaforizzare il tuo corpo?

“Volevo superare l’impossibilità. Se voglio fare qualcosa e se la sento difficile a livello burocratico, traduco questa mia volontà mettendoci il corpo, e allora mi trasformo in un ‘palo-umano-reggisegnaletica-stradale’. Non ve lo chiedo neanche, lo faccio e basta.”

È la prima volta che usi il corpo nelle tue performance?

“Alle volte mi sono trasformato in stampante. Mi trasformo spesso in oggetti meccanici.  Pensa che una volta ero con un’amica sul mio divano e all’improvviso ho cominciato a fare il suono del frigorifero. Sono attratto dall’idea del corpo sia come macchina che più in generale come strumento.”

Qual è il tuo rapporto con la commemorazione?

“Sono nostalgico, e viene fuori. Dai un’occhiata al mio progetto su Radio Bari. Radio Bari era un apparato di matrice colonialista, un avamposto dell’imperialismo italiano verso le colonie. Le loro antenne trasmettevano in molte lingue. Durante la resistenza vennero occupate da i partigiani che le usarono per i messaggi in codice. Questa storia l’ho scoperta grazie ad Alessandro Leogrande. Quando mi hanno commissionato un lavoro su Ceglie del Campo, che ospitava la sede E.I.A.R di Bari, adiacenti alle potenti antenne di Radio Bari, io ho cominciato a fare ricerca storica e ho deciso di spargere 11 targhe in marmo con scritti i messaggi in codice dei partigiani che venivano trasmessi da Radio Bari: “il Corriere di Lione”, “la mia barba è bionda”, “la gavetta è vuota”.”

Bellomo ama la Storia e le storie, e intende “dimostrare l’attaccamento a certe poeticità” come si legge nella domanda inviata al Comune di Manduria. La sua ricerca artistica è spesso tesa a intrecciare memoria e contemporaneità, senza cancellare nulla. Nel suo lavoro c’è rispetto del passato e dei luoghi periferici che lo raccontano. Lo sguardo dell’artista pugliese si sofferma sugli scorci meno banali del reale, sugli oggetti e gli archivi che rischiano l’oblio, ma che racchiudono trascurate prospettive. Nei suoi lavori c’è amore per la contestualizzazione, il nobile atto intellettuale sul quale si fonda lo spirito critico. Bellomo contamina dimensioni spazio temporali senza forzature, con linguaggio fluido e gentile, che non ha bisogno di abbattere statue o di schierarsi politicamente, per difendere i diritti umani, la memoria storica, e la poesia che alberga negli spazi più remoti e troppo spesso dimenticati.

Federica Muciaccia

 

 

 

 

 

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