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Un romanzo per uscire dalla brutalità dell’esistenza

“Dove c’è una grande volontà, non possono esserci grandi difficoltà.” Diceva Niccolò Machiavelli, ma talvolta farcela contando solo su se stessi, cercando disperatamente quella luce in fondo al tunnel dopo una vita di soprusi e difficoltà, è quasi un miracolo concesso a pochi. Forse quello che è accaduto a Giovanni Battista Savona, poeta, scrittore e artista poliedrico vincitore di numerosi premi internazionali, e che il prossimo febbraio presenterà a Sanremo, in concomitanza con il Festival, il suo romanzo “Il non materno”.

Da cosa nasce la tua arte dalle mille sfaccettature?     

“Nella mia vita ho dovuto affrontare diverse vicende drammatiche: dall’abbandono dei miei genitori, alla morte di una sorellastra uccisa dallo stesso marito, violenze e soprusi indicibili e di ogni genere. Il mio romanzo rappresenta un punto da approdo recente, ho iniziato a scrivere nel 2018, proprio perché intendevo dare voce a tutte quelle persone che non riescono a dare una svolta alla propria esistenza o a denunciare maltrattamenti e violenze, nella speranza che il mio libro sia d’aiuto per qualcuno di loro.”

Una storia inquietante ma anche commovente con un titolo che la dice tutta, giusto?    

“Esattamente. L’ idea del titolo è nata da una lettera che scrissi a mia madre, una lettera per niente bella e piena di risentimento. Con il non materno volevo rappresentare tutto ciò che non ha definizione, che non ha ricevuto amore, lontano da qualsiasi gesto di solidarietà, un ‘ non essere’ indefinibile in cerca della propria realizzazione nel mondo, proprio come mi sono sentito io. In poche parole l’oblio, quello da cui poi ho dovuto ricostruire a fatica la mia esistenza, prescindendo da tutto il male che avevo ricevuto.”

Con una immagine di copertina importante…  

“Il pittore Rocco Normanno è stato per me importante, ha voluto farmi dono dell’immagine di una sua opera: Medea. È  proprio mia madre, rappresenta simbolicamente una madre che annienta e uccide i propri figli nell’animo, segnando  negativamente il loro percorso con ferite che non guariranno mai. Le vicende di cui sono stato vittima. Nessuna immagine avrebbe potuto essere più rappresentativa. Si tratta di vicende autobiografiche che ho poi romanzato, non so nemmeno io come ho iniziato a scrivere né perché, so solo che si è trattato per me di un processo artisticamente catartico, che mi ha portato a sconfiggere i miei mostri interiori.”  

Dopo aver vissuto tanta crudezza nella vita, cosa rappresenta per te la poesia? “Nella mia vita ho fatto mille mestieri, sempre credendo in ciò che facevo, anche quando ho fallito. Poesia è un cantico dell’animo. La voce dei nostri antenati e delle nostre vite passate, non è per tutti e non è da tutti, così come l’arte. Non tutti sono capaci di riuscire a trasmettere emozione e di toccarci profondamente dentro suscitando una reazione, la poesia deve scuoterti le membra e farti riflettere. È un concetto che viene ad altri mondi, in fondo tutti noi portiamo dentro altri vissuti, di chi c’è stato prima di noi e ci ha preceduto. Siamo il frutto di questo, e ne paghiamo anche le conseguenze”.

I tuoi dipinti invece come li realizzi?

“Non amo dipingere sulla tela perché la trovo fredda, preferisco il legno. Utilizzo un mix di acrilici, bombolette spray, a volte pennarelli uniposca… mi piace rappresentare ciò che mi emoziona attraverso diverse tecniche. Ho vinto il Leone d’Oro a Venezia e un altro importante premio a Montecarlo, ma queste non sono cose importanti, l’importante è il percorso è ciò che ci metti dentro di tuo.”

Come si fa a sconfiggere i propri mostri interiori? Tu ci sei riuscito alla fine?  

“Beh, non è affatto semplice, infatti molti soccombono schiacciati da esperienze negative della vita che segnano inevitabilmente, ma bisogna sempre pensare che quando si chiude una porta, ce n’è sempre un’altra che si apre. L’importante è cercare di essere recettivi alla positività. Credo di dover ringraziare una grande donna che ora non c’è più, che tanti anni fa mi raccolse dalla strada quando non sapevo dove andare né cosa fare, o forse il momento in cui con una compagnia circense sono fuggito dal mio paese, lo stesso che mi aveva visto vittima di tanto orrore e soprusi. Sentì che dovevo farlo, che dovevo dare una svolta diversa, un’impronta nuova alla mia vita, e così è stato. Ora sono più sereno e continuo il mio percorso di crescita, anche se si tratta di un processo in continua evoluzione. Voglio costruire bellezza per essere testimone, per chi sta soffrendo, che prima o poi, si può trovare quella luce in fondo al tunnel.”

Rossella Cea

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1 Comment

  1. Un Articolo affascinante e molto intenso , ringrazio Rossella Cea per avermi dato questa opportunità e al direttore artistico del quotidiano di bari che l’ha pubblicato a bari , lecce Taranto .

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