Cultura e Spettacoli

Un saggio per riflettere sulla magistratura di ieri e oggi

“Giudici, vil razza dannata?” Il libro del prof. Bracciodieta e dell’ex magistrato Gaetanino Zecca

“Il giudice è il diritto fatto uomo; solo da questo uomo io posso attendermi nella vita pratica quella tutela che in astratto la legge mi promette: solo se questo uomo saprà pronunciare a mio favore la parola della giustizia, potrò accorgermi che il diritto non è un’ombra vana”, scriveva Piero Calamandrei. Intense le considerazioni, non prive di un pizzico di sana ironia, scaturite da un illuminante incontro tenutosi lo scorso martedì 4 giugno, presso le sedi dell’Università di Giurisprudenza a Bari, in occasione della presentazione del libro Giudici “vil razza dannata?” edito da Cacucci, ultimo lavoro del prof. Angelo Bracciodieta, ex magistrato e docente universitario e dell’ex magistrato, presidente di diverse sezioni della Corte Suprema di Cassazione, Gaetanino Zecca. Il libro è stato sapientemente moderato dalla prof.ssa  Venanzia Giodice Sabbatelli, con l’intervento di numerosi illustri esponenti del mondo della magistratura. Un testo coraggioso e nostalgico al tempo stesso, che copre un arco temporale piuttosto ampio attraverso cui Bracciodieta prende in esame quella che è stata la riconfigurazione del sistema della magistratura fino ai giorni nostri, attraverso la sua esperienza.

Lei è stato magistrato dal ‘64 all’ 82, qual era lo spirito di quegli anni?

“Ho lasciato la magistratura dopo diciotto anni, per dedicarmi all’insegnamento, e diciamo che per contingenze storiche non mi è dispiaciuto farlo, ma sicuramente la magistratura è stato il mio primo amore, il mestiere che desideravo fare. Ho vissuto la cosiddetta stagione dei pretori d’assalto, ad Andria, centro prevalentemente agricolo, dove le grosse famiglie di proprietari terrieri detenevano il potere sfruttando la manovalanza, famiglie di cui non ho suscitato chiaramente le simpatie, nel momento in cui mi sono dedicato a far rispettare la legge. Erano gli anni ’70, periodo in cui fu approvato lo statuto dei lavoratori, e fu istituito il nuovo processo del lavoro, la cui competenza esclusiva era quella del pretore, il quale doveva conoscere a fondo la situazione del territorio per emettere giudizi più meditati e aderenti alla realtà. Al tempo stesso la pretura era il memento materiale del principio di legalità. Esisteva anche la figura del pretore dell’ambiente, responsabile dei procedimenti contro le imprese che producevano senza preoccuparsi delle   ripercussioni negative sull’ambiente. Gino Giugni ci definì allora pretori d’assalto, perché i nostri interventi destavano scalpore e miravano a svecchiare istanze obsolete, segnalando l’urgenza di un sostanziale cambiamento. Ovviamente tutto questo suscitò la reazione del mondo imprenditoriale. Chi impattava i procedimenti d’urgenza era il pretore, da qui le critiche verso la nostra categoria, accusata di sostenere un sistema di parte.”

Cosa cambiò nei famigerati anni ’90?

“Gli anni ‘90 furono testimoni di uno tsunami che travolse e allarmò la società in toto in maniera irreversibile, ci fu l’abolizione delle preture, che sta, secondo me alla base tutta una serie di sconvolgimenti che seguirono. La mole di lavoro del tutto superiore a quella precedente portò all’intasamento dei tribunali, rallentandone moltissimo le attività. Non a caso parliamo degli stessi anni degli omicidi di Falcone e Borsellino, che indagavano sui rapporti tra mafia e politica. Con mani pulite vennero a galla le dinamiche illecite tra politica e imprese, e molti partiti politici scomparvero o se ne costituirono di nuovi, con dirigenze diverse e nomi nuovi, ma tutti accomunati dal forte desiderio di non essere più beccati con le mani nella marmellata. Anche la procura della Repubblica subì un sovraffollamento, potendosi dedicare molto di meno a un certo tipo di indagini. Nel 2006 ci fu un decreto legge attraverso il quale molte violazioni del codice deontologico sono diventate violazioni vere e proprie di legge. L’attenzione dell’opinione pubblica ha  cominciato a guardare con titubanza alla figura del magistrato, sino ad arrivare alla situazione che riguarda i giorni nostri. “

Cosa ne pensa della situazione attuale, alla luce delle nuove riforme che coinvolgono la categoria?

“Ad un magistrato non dovrebbe essere permesso schierarsi politicamente, pertanto se si compie questa scelta è opportuno comprendere che non è più possibile tornare indietro per svolgere un determinato ruolo. Purtroppo oggi tutte le categorie del sistema politico stanno vivendo una progressiva decadenza, poiché non vi è più una forma di radicamento sostanziale: tutto è diventato facciata più che sostanza, di qualsiasi colore si tratti. In Francia quest’ anno è stato pubblicato un libro molto interessante sulla ‘utilità dei partiti politici’, che analizza in maniera molto acuta la situazione odierna. Una volta i partiti costituivano il luogo fisico in cui i cittadini si riunivano per discutere sulla linea politica da adottare, oggi le scuole di partito non esistono più, ed ogni partito è ormai autoreferenziale e fa uso della tecnologia tipo internet per la propria propaganda, la linea politica la decide solo il presidente e si discute prevalentemente sui social, esaurendo la dialettica in sterili affermazioni di superiorità. Da qui la disaffezione e il disorientamento del cittadino comune, che non sa più chi votare, perché i voti ormai si comprano, oppure si vota perché si deve farlo.”

Cosa ne pensa della riforma Nordio?

“Credo che questo sia il sogno della politica di oggi, riportare indietro l’orologio della storia. Prima della Costituzione era il ministro della giustizia che controllava la magistratura, i magistrati che venivano nominati erano per lo più esponenti dell’alta borghesia o della nobiltà, quindi il magistrato era sostanzialmente suddito del re. La Costituzione ci ha tolti dalla sudditanza, rendendoci cittadini. Questo non dovremmo mai dimenticarlo.”

Perché questo libro?

“Il mio contributo in questo saggio rappresenta il tentativo di far acquisire consapevolezza al cittadino di quella che è stata la storia della magistratura, in ogni sua fase, portandolo a riflettere su quella categoria di “ dannati”, per citare appunto il titolo del libro, e sul suo potere autonomo che la politica tenta sempre di condizionare. “

Dostoevskij diceva che solo chi sa riconoscersi un probabile colpevole degli stessi crimini commessi dal proprio simile ha diritto di esserne giudice. Quali qualità sono indispensabili per un magistrato?

“Penso che i giudici si possano dividere in due categorie: quelli che fanno il mestiere di giudice, e quelli che sono giudici. Colui che è giudice sa che sta giudicando una persona che è semplicemente un essere umano, responsabile di errori che anche lui, in quanto tale, potrebbe compiere. Pertanto nel suo giudizio sa tener conto di quella umanità. Chi fa solo il mestiere del giudice invece, generalmente lo fa soltanto per lo stipendio, la notorietà, il desiderio di carriera e di vantaggi ulteriori. Non è la stessa cosa.”

Lei che è stato, in tutti i sensi, tra i più giovani giudici di una giovane Italia, che consiglio darebbe a chi si appresta oggi a svolgere questo mestiere?

“Il mio consiglio ad un giovane giudice di oggi è quello innanzitutto di avere un’ottima conoscenza del diritto, e poi di avere un unico padrone, la carta della Costituzione, di continuare a svolgere il proprio dovere sempre, a dispetto di qualunque difficoltà “.

 

Rossella Cea

 


Pubblicato il 6 Giugno 2024

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