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Via Caldarola e Japigia, anello di congiunzione con tanto da raccontare

 

La conoscono la viabilità a scacchiera di una città che vive un rapporto ancora e sempre più complicato tra verde (leggi gli alberi piantati ai margini delle strade ad alta percorrenza), e cemento come un po’ in tutte le grandi città. L’intervento di rifacimento della carreggiata di via Caldarola nel quartiere Japigia, ad esempio, può considerarsi obbligato per via d’una errata valutazione del passato sulla scelta della alberatura con piantumazioni rivelatesi nel tempo, per le loro potenti radici, non idonee al mantenimento del livello della sede stradale. Con grandi difficoltà e insicurezze per la viabilità, e oggi con la presenza di alti fusti impossibili certamente da estirpare e reimpiantare. <<Già da tempo erano diventate soltanto due le carreggiate centrali  percorribili  per il pericoloso innalzamento del manto stradale -spiega Matteo Magnisi, residente ed ex consigliere comunale, e quindi si tratterebbe di rendere stabile e sicura una situazione già  nei fatti   mutata nel tempo, magari e lo si spera,  valorizzando le fasce di campagna delle complanari laterali per una fruizione sociale. Via Caldarola, credo sia la strada più lunga di Bari che dall’estramurale Capruzzi  attraversa la Japigia vecchia, lambisce la ex Fibronit e si congiunge con la Japigia nuova, ha rappresentato  negli ultimi 40 anni la caratteristica di una vera e propria strada testimone di importanti eventi tale da poterla annoverare nella storia della città: dalla strada della morte  della ex Fibronit alla strada della  rinascita con il parco ancora in itinere; dalla strada di una periferia contenuta nella Japigia vecchia alla strada della espansione urbanistica della città nella Japigia nuova della zona 167  sviluppata con una urbanizzazione su  ampi spazi di una città moderna anche se solo nel tempo  dotata di servizi; dalla strada dei semafori alla strada delle rotatorie>>.

Ma c’è una  testimonianza di cui  forse via Caldarola ha avuto da vergognarsi, oltre all’area ex Fibronit?

 

<<Si, e mi riferisco proprio l’ultimo tratto oggi oggetto dell’intervento accennato in premessa: come non dimenticare le corse del passato, dei cavalli, delle moto, delle auto, delle fughe degli spacciatori del bazar della droga? Un ricordo? Si forse nelle modalità nella quale si manifestavano questi fenomeni allora e a quelle con le quali si manifestano oggi in maniera differente ma altrettanto preoccupante>>. Eppure Magnisi ripensa a via Caldarola oggi, ammorbata dai fumi dei roghi dei rifiuti delle campagne circostanti, percorrendola fino in fondo al cavalcavia e spesso dalle esalazioni del vicino depuratore ormai inadeguato. Una strada balcone dei fuochi di artificio illegali, ancora considerata confine segnato dai cosiddetti grattacieli tra la Japigia nuova delle cooperative edilizie lato mare  nate in 40 anni e la Japigia del cosiddetto quadrilatero delle case popolari e delle cooperative edilizie, della montagnola dei rifiuti che ha segnato disgrazie nella ormai nota palazzina della Archimede 16, quasi a segnare un simbolico e non più accettabile confine sociale che non risparmia neanche le parrocchie Resurrezione e   San Marco con la Parrocchia San Luca. <<Una strada che culmina in periferia con la strada Santa Teresa al di là del cavalcavia dove la comunità autoctona incrocia   la comunità di origine rom in un’area di proprietà comunale  dove  differenti culture  si sforzano di sperimentare da anni una virtuosa e  civile convivenza>>, riflette infine Matteo Masgnisi, deciso come tanti altri residenti a guardare a un futuro di serena e civile convivenza, di integrazione e libero da ogni  impropria e opprimente occupazione. (fdm)

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